Casa Gavoglio: una biblioteca dove (quasi) nessuno legge
Casa di quartiere «Casa Gavoglio», lacasanelparcoets@gmail.com
Per tutti i siti web la data di ultima consultazione è il 7 settembre 2025
Abstract
Il contributo racconta l’esperienza di Casa Gavoglio, biblioteca di comunità all’interno di una casa di quartiere a Genova, dove il pubblico degli adolescenti ha iniziato a interagire da poco nello spazio, che è sentito come un luogo sicuro e dove stanno volentieri. Casa Gavoglio si trova in un quartiere fragile, dove a molte persone manca la consuetudine alla lettura. Negli ultimi anni la biblioteca ha esplorato il rapporto tra cultura e salute, in particolare benessere emotivo e salute mentale, grazie a due progetti internazionali. Un progetto, The Power of Silent Book, realizzato nell’ambito del programma Erasmus Giovani, dedicato all’uso dei libri per sole immagini con i giovani; How do you feel?, realizzato nell’ambito del programma The Europe Challenge di European Cultural Foundation, sulla biblioteca come luogo di diffusione della cultura della salute mentale. Partendo dai risultati dei progetti internazionali, la biblioteca sta lavorando su nuovi progetti dedicati alla relazione tra cultura e salute, in collaborazione con gli operatori dei servizi di salute mentale.
English abstract
This contribution shares the experience of Casa Gavoglio, a community library located in a neighborhood house in Genoa, where teenagers have recently started interacting in the place which they feel is a safe space where they enjoy spending time. Casa Gavoglio is located in a vulnerable neighborhood, where many of the people are not accustomed to reading. In recent years, the library has explored the relationship between culture and health, particularly emotional well-being and mental health, through two international projects. One project, The Power of Silent Books, carried out as part of the Erasmus Youth programme, is dedicated to the use of picture-only books with young people. How do you feel?, carried out as part of the European Cultural Foundation's The Europe Challenge programme, on the library as a place for spreading mental health culture. Based on the results of the international projects, the library is working on new projects dedicated to the relationship between culture and health, in collaboration with mental health service providers.
Possiamo stare dentro?
A chiederlo è un gruppo di ragazze di 11-12 anni, sorprese dalla pioggia nel parco urbano. Il ‘dentro’ di cui parlano è una piccola sala di lettura in casa di quartiere, che ha diverse funzioni: aula studio, salottino, spazio per lezioni e laboratori.
Siamo al Lagaccio, un quartiere popolare nel centro di Genova, a pochi minuti a piedi dalla stazione ferroviaria e dalla metropolitana, con caratteristiche – urbanistiche, sociali, culturali – di periferia. Molte persone a Genova fanno fatica a collocare nello spazio urbano questo quartiere, come se non esistesse. Qui abitano tante persone anziane sole, famiglie da diversi luoghi del mondo e una nuova generazione di abitanti che abbandona il centro storico, ormai troppo caro, per una zona più popolare e accessibile.
In mezzo al quartiere un gigante addormentato: l’ex caserma Gavoglio, complesso militare in gestione al Comune di Genova dal 2017, che ne ha rigenerato una parte in forma di parco urbano e alcune parti, che affacciano sull’ex piazza d’armi, come polo didattico 0-6 anni.
Qui si trova la casa di quartiere Casa Gavoglio, gestita dall’associazione La Casa nel Parco ETS, un ente di terzo settore che anima lo spazio con attività e incontri per tutte le fasce di età.
In Casa Gavoglio i libri sono un po’ dappertutto: ci sono tre piccole stanze dedicate a biblioteca di comunità per bambini e ragazzi. Lo spazio per i libri e le attività è recuperato da piccole stanzette adattate a spazi culturali ibridi, che ospitano la collezione di narrativa ragazzi e adulti e, ad ogni ora, si trasformano per accogliere le tante attività di casa di quartiere.
Insieme alle attività a calendario, corsi, laboratori e incontri, ci sono momenti in cui una delle salette di lettura è piena di ragazzi e ragazze tra gli 11 e i 14 anni.
Grazie a un nuovo progetto educativo rivolto agli adolescenti, abbiamo iniziato a incontrare un pubblico per noi del tutto nuovo. Questo è stato possibile perché la biblioteca rappresenta lo spazio al chiuso più vicino al parco urbano, luogo in cui le educatrici e gli educatori di strada li intercettano e coinvolgono. Più che come biblioteca, per loro, lo spazio risponde al forte desiderio di un luogo raccolto, intimo, e che vorrebbero usare in autonomia dagli adulti.
I tanti libri di narrativa e gli albi illustrati presenti nello spazio passano per lo più inosservati, a parte alcuni che seminiamo ‘per caso’, senza proporli direttamente, e che hanno subito catturato l’attenzione. È accaduto con A nudo! Dizionario amorevole della sessualità di Myriam Daguzan Bernier, edito da Settenove, che troviamo spostato, capovolto e, a volte, nascosto. Di sicuro, molto consultato. È questo libro che permette l’aggancio, un giorno in cui lo trovo sul tavolo, insieme a patatine, smartphone e biscotti. Chiedo se hanno trovato qualcosa che li interessa e se c’è un libro in particolare che vorrebbero avere a disposizione.
La risposta di una di loro mi sorprende:
«Ma tu sei ‘tu’!»
Martina alza la testa dallo smartphone e mi guarda come se mi vedesse per la prima volta. «Io ero qui dal giorno uno: hai steso una coperta sul prato e ci hai raccontato le storie».
Il ‘giorno uno’ di cui parla Martina, nel momento in cui mi riconosce come la lettrice sul prato con la coperta, è il 9 luglio del 2015. Sono passati 10 anni.
Avevamo inaugurato con un gruppetto di famiglie appena conosciute il grande spazio recuperato dell’ex piazza d’armi della caserma, finalmente disponibile per l’uso collettivo.
La prima azione pubblica, dopo avere aperto l’enorme cancello di ferro chiuso da oltre 15 anni, era stata una lettura sul prato: via le scarpe, un cestino di albi illustrati, bambini e pupazzi seduti in semicerchio a condividere storie. Non la vedevo da tempo e non l’avevo riconosciuta.
Lei mi ha identificato solo nel momento in cui ho iniziato a parlare di libri: c’è un ricordo dei suoi 4 anni che è connesso alla condivisione di storie. Andava solo riattivato, riscaldato, riportato alla superficie. Mi sembra un momento importante e ne approfitto per entrare in punta di piedi in quella piccola porta che mi ha aperto, tra un video sui social e le chiacchiere con le amiche.
Da quel ricordo riattivato è nato un germoglio di interesse per la biblioteca e i libri: chiedo se vorrebbero altri libri come A nudo. Ne ho visti un po’ alla Fiera internazionale del libro per ragazzi di Bologna e propongo al suo gruppetto di aiutarmi a scegliere dai cataloghi e poi in libreria, un po’ di libri sul corpo, l’affettività, le relazioni.
Per i grandi non basta più la coperta stesa sul prato. Serve una relazione, un aggancio che renda quotidiana e intenzionale la connessione tra le loro vite e le storie.
«Mi piacciono i libri che spiegano le cose in modo chiaro», dice Martina.
«Non le storie tutte scritte. Di questa biblioteca mi piacciono i libri con le figure. Io faccio fatica a leggere, e quelli con le figure mi rilassano, anche se sono per i piccoli».
Questa connessione che nasce un po’ per caso in biblioteca e che ancora non sappiamo che frutti porterà, ha ancora più significato, per noi, per il contesto in cui si trova la piccola biblioteca di comunità di Casa Gavoglio.
Per diversi motivi, legati alla fragilità sociale ed economica del quartiere, la lettura è lontana dall’esperienza quotidiana di molte persone, in particolare delle famiglie che frequentano Casa Gavoglio. Dall’osservazione di come i genitori e i nonni si muovono nel momento in cui entrano in biblioteca, vediamo subito la differenza palpabile tra i pochi che sanno come funziona e si siedono a leggere con i bambini, e chi non ha mai fatto questa esperienza e non sa come muoversi.
Nonostante la vicinanza (30 minuti a piedi o una fermata di metropolitana), la Biblioteca internazionale per ragazzi Edmondo De Amicis, eccellenza genovese tutta dedicata alla letteratura per ragazzi, è conosciuta e frequentata da pochissimi abitanti del Lagaccio.
A colmare in parte le carenze relative alla lettura interviene la scuola che, pur non disponendo ancora di progetti strutturali e di sistema, riesce a farlo grazie alla costanza di singoli docenti appassionati che si formano autonomamente, utilizzano la carta docenti per acquistare libri, leggono in classe insieme ai bambini e li accompagnano qui, in biblioteca, per attività di lettura e per il prestito collettivo.
Proprio perché siamo in un quartiere che non legge, alla casa di quartiere abbiamo collocato i libri ovunque, per renderli quotidiani e accessibili proprio a chi non ne ha esperienza quotidiana.
Oltre allo spazio biblioteca dedicato ai bambini e ragazzi, è impossibile entrare in qualunque stanza senza vedere albi illustrati e romanzi per tutte le età. Abbiamo investito sulla bellezza, sull’effetto sorpresa che una biblioteca ricca di illustrazioni suscita a chi entra nella casa di quartiere.
Una sezione è tutta dedicata alla collezione di silent books, ispirata al progetto di IBBY, International a Lampedusa. Accanto agli albi senza parole, uno scaffale di libri in tante lingue del mondo, creata cogliendo il suggerimento del progetto Mammalingua. Storie per tutti, nessuno escluso, un progetto dell’Associazione italiana biblioteche, che suggerisce alle biblioteche di ampliare il catalogo con libri nelle lingue migranti di bambini e famiglie, valorizzando la lettura dei genitori nella lingua di origine.
Per coinvolgere gli adolescenti nella lettura, il lavoro è appena iniziato e si muoverà per piccoli passi, abitando anche i momenti informali del tempo libero in cui aprire piccole occasioni di aggancio coi ragazzi su temi di loro interesse.
In questo passaggio in cui la biblioteca possa essere sia la stanza per chiacchierare, sia il luogo dove trovare connessioni con le storie, lavoreremo nei prossimi anni grazie a una serie di piccoli progetti sul rapporto tra benessere psicologico e cultura.
Ripartiremo dalla scuola secondaria, dai servizi educativi, da queste conversazioni informali sui libri che facciamo con i ragazzi a partire da argomenti di loro interesse, nella inaspettata e fortunata circostanza che ci permette di trovarli spesso lì, vicinissimi alle storie che abbiamo acquistato per loro. Per queste attività avremo a disposizione i risultati di due progetti europei conclusi nel 2024, dedicati alla biblioteca come luogo dove porre al centro il benessere psicofisico.
Come ti senti?
Il primo progetto si chiama How do you feel? Promuovere la salute mentale in biblioteca, realizzato grazie al supporto di European Cultural Foundation, ente che lavora sul senso di appartenenza europeo supportando iniziative culturali che permettono a persone e organizzazioni di connettersi e scambiare esperienze. Uno dei programmi della fondazione, The Europe Challenge, è una call annuale dedicata alle biblioteche, alle quali si chiede di identificare un problema che emerga come urgente dal proprio contesto e di realizzare un’iniziativa pilota con la comunità locale per affrontarlo. Il programma ha come tema principale il ruolo delle biblioteche come spazi gratuiti e liberi, all’interno dei quali possano crescere democrazia e partecipazione civica.
Grazie a questo progetto la biblioteca di Casa Gavoglio è stata selezionata nel 2024, ricevendo supporto economico e l’opportunità di partecipare alle sessioni internazionali insieme a più di 100 tra biblioteche e organizzazioni.
La sfida alla quale abbiamo cercato di rispondere con il progetto è stata quella di potenziare il ruolo della biblioteca di comunità come luogo in cui attenuare lo stigma sulla salute mentale.
Il punto di partenza è stata la domanda ‘Come ti senti?’, che abbiamo subito adottato come titolo del progetto. Per noi è una compagna di viaggio abituale: è quella con cui apriamo tutte le sessioni di lavoro con le classi, i gruppi di discussione in biblioteca e i corsi che ospitiamo con partecipanti da tutta Europa con metodi di educazione non formale. Prima di entrare in una intensa giornata di lavoro di gruppo, proponiamo ai partecipanti di prendersi un po’ di tempo per rispondere non a parole ma con delle immagini che disponiamo su un tavolo: fotografie, illustrazioni, copertine di albi illustrati. Rispondere con le immagini permette di prendersi tempo, di scegliere la distanza da mettere tra sé e il gruppo, ma soprattutto di esplorare più possibilità di risposta lasciandosi guidare da connessioni e significati anche imprevisti.
È una domanda a cui è difficile rispondere, se non si sta bene, tra la difficoltà di riconoscere il problema e i tanti scalini che possono rallentare le persone dal chiedere aiuto: il tema della salute mentale è infatti ancora coperto da stigma e timore. Tante persone della nostra comunità locale non sanno infatti che è possibile accedere ai servizi pubblici di salute mentale attraverso la prescrizione del medico di base, oppure hanno timore a effettuare la richiesta.
In molti rinunciano a prendersi cura di sé perché non possono permettersi il costo dello psicologo.
Nelle relazioni informali che abbiamo con le persone del quartiere ci troviamo spesso a spiegare come funziona l’accesso e a facilitare il reperimento delle informazioni. Da qui è nata l’idea di mettere questo tema al centro di un progetto, proponendo allo staff del Centro di salute mentale di Genova di affiancarci nelle azioni territoriali.
La collaborazione con la Struttura complessa di salute mentale del distretto 11 di ASL 3 Liguria è iniziata nel 2021, attraverso l’utilizzo di Casa Gavoglio da parte degli utenti esperti, pazienti del servizio che mettono a disposizione le proprie competenze per insegnare qualcosa a un piccolo gruppo di pari. È un modo per far uscire i servizi di salute mentale dal centro diurno, il luogo istituzionale e caratterizzato come terapeutico dove solitamente si svolgevano queste attività, per portarle ad abitare uno spazio informale e accogliente come la casa di quartiere.
Per realizzare il progetto How do you feel? abbiamo coinvolto l’equipe di professionisti – assistenti sociali, terapisti della riabilitazione, educatori, psicologi – con i quali stavamo collaborando. Insieme a loro abbiamo costruito un appuntamento periodico chiamato Un caffè in biblioteca. Due volte al mese le persone che passavano in giardino o in biblioteca potevano trovare caffè, tè e biscotti, e gli operatori pronti a scambiare due chiacchiere e dare informazioni sull’accesso ai servizi. Una modalità calda, molto diversa dall’asetticità e complessità che verrebbe automatico abbinare ai servizi sanitari, in grado di ammorbidire la resistenza verso i professionisti della salute mentale. Anche per chi non si è avvicinato a chiedere informazioni, il tema della salute mentale ha così abitato, per numerosi pomeriggi, il giardino e la biblioteca, rendendo abituale e quotidiano parlarne.
Grazie a quel caffè, in un clima accogliente e informale, è stato possibile per diverse persone avvicinarsi per chiedere informazioni. È stato un modo anche per far uscire il tema dall’ambito medico, per renderlo abitante di uno spazio pubblico, informale, in un quartiere con mille fragilità economiche e sociali. Dove prendersi cura di sé non è quasi mai una priorità.
La cassetta degli attrezzi
A questo appuntamento informativo abbiamo affiancato un laboratorio di narrazione che ha coinvolto volontari, educatori, tecnici della riabilitazione, assistenti sociali, insegnanti e bibliotecari intorno alla domanda: leggere fa bene?
Ci interessava esplorare le potenzialità delle storie, in particolare quelle illustrate senza parole di cui è ricca la nostra biblioteca, come generatrici di dialogo e condivisione di riflessioni sul benessere psico-fisico. A tenerci compagnia lungo tutto il percorso è stata la domanda che dà il titolo al progetto: come ti senti?
Con il gruppo abbiamo cercato immagini, illustrazioni, storie che potessero aiutare le persone a ritagliarsi un tempo e uno spazio per provare a rispondere.
Ci piaceva l'idea di creare uno strumento che funzionasse esattamente come una cassetta degli attrezzi per il fai da te: a seconda del gruppo e dell’obiettivo si apre la scatola e si usa uno strumento, che può essere ancora trasformato e ricreato con un nuovo gruppo.
Durante i sei laboratori del progetto abbiamo esplorato le potenzialità dell’utilizzo di una collezione di storie per rispondere alle domande che ci ponevamo.
La prima è stata suggerita dai partecipanti: «di cosa hai bisogno per sentirti bene?».
Abbiamo cercato di rispondere con singole parole, a cui abbiamo in seguito collegato poesie, romanzi, albi illustrati, in un gioco potenzialmente infinito di rimandi tra le domande e le parole della cassetta degli attrezzi e il contenuto della biblioteca in cui si utilizza. E poi, ancora, abbiamo usato i libri e gli albi illustrati connessi a quelle parole, per generare altre domande. Per riflettere da soli, dialogare con gli altri, scrivere o disegnare qualcosa. Per parlare di benessere e salute mentale in uno spazio accogliente e sicuro, ognuno secondo le proprie possibilità.
Il risultato è un kit di sette mazzi di carte, che può essere utilizzato in molti modi, e che contiene parole, domande, fotografie e illustrazioni.
Ci piace immaginare i bibliotecari che aprono la scatola per facilitare un gruppo di lettura. O che la lasciano a disposizione delle persone affinché possano consultarla liberamente.
Un educatore, un operatore dei servizi di salute mentale può usare la scatola per rompere il ghiaccio, per iniziare una conversazione con una persona o un gruppo. Un insegnante può porre domande ai suoi studenti per conoscerli meglio e lavorare con la classe sul benessere socio-emotivo. Un lettore della biblioteca può scegliere una carta – parola, immagine o domanda – e rispondere in modo personale, anche da solo. Gli elementi nella scatola possono essere usati come ispirazione per un'attività artistica, come un diario visivo, una narrazione fotografica o video. Da tenere per sé o da condividere.
Il kit di strumenti ‘Come ti senti?’, per ora in lingua inglese, può essere scaricato e utilizzato liberamente: è pubblicato con licenza CC – BY – NC e si trova nel sito dell’associazione La Casa nel Parco. Stiamo lavorando alla versione italiana, arricchita da nuove proposte di lettura e da una guida metodologica, con la descrizione del percorso effettuato per realizzarlo, in modo che possa essere riadattato in altri contesti nazionali e internazionali.
Come esito di questi progetti abbiamo ricavato la consapevolezza che la nostra biblioteca, anche se piccola e non ancora completamente organizzata, abbia delle buone potenzialità come luogo di cittadinanza e partecipazione, in cui è possibile incontrare altre persone, ricevere informazioni sulla salute, prendersi cura di sé attraverso le attività creative e culturali, imparare a farsi domande e raccontarsi.
La dimensione piccola e informale di biblioteca di comunità, capace di fare la differenza nel quotidiano delle persone, ha colpito lo staff di European Cultural Foundation, che ha scelto Casa Gavoglio come uno dei tre luoghi da raccontare in un breve documentario.
Nel 2024 con questo progetto abbiamo risposto al questionario del Cultural Welfare Center per aggiornare la mappatura di soggetti ed esperienze che contribuiscono a promuovere e a valorizzare la relazione esistente tra cultura e salute in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta.
Il nostro è stato selezionato tra i venti progetti che hanno ricevuto una menzione nell’ambito dell’iniziativa Idee ed eccellenze dall’ecosistema territoriale, e che avranno la possibilità di far parte di una comunità di pratica su cultura e salute, approfondendo il tema della prescrizione sociale, con il supporto di Fondazione Compagnia di San Paolo.
La relazione tra cultura e salute è stata ampiamente esplorata dal Cultural Welfare Center, centro di studio e ricerca dedicato a esplorare le potenzialità del welfare culturale nei sistemi territoriali, mettendo a sistema il lavoro tra operatori culturali e sanitari con l’approccio della prescrizione sociale, di cui è stato tradotto di recente in italiano il manuale dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).
Essere parte di questo percorso, dove la cultura è strettamente connessa allo sviluppo individuale e collettivo, è per la nostra realtà un’occasione preziosa per riflettere su come questa piccola biblioteca possa rendere arte e bellezza vicine di casa di molte persone di età diverse, che non le hanno a disposizione nel quotidiano. Come nel caso di Un caffè in biblioteca, nato per attenuare la distanza tra le persone e il tema della salute mentale, ci piace sperimentare l’incontro casuale tra chi, per diversi motivi, non ha la lettura come esperienza quotidiana, e la scopre qui, tra scaffali pieni di illustrazioni, dove è possibile un dialogo di questo tipo:
«A me non piace leggere!».
«Allora questi libri sono perfetti per te, non c’è nemmeno una parola!».
Da qui, dall’azione di aprire un albo illustrato e aspettare, che può essere fatta anche da un bambino di quattro anni, da un adolescente che non legge o da un adulto che non parla una parola di italiano, possono esserci tante coperte stese sul prato in grado di generare, anche con traiettorie impensate, tanti ricordi futuri di narrazioni condivise il cui ricordo è legato a un momento di benessere.
La forza dei libri senza parole
Tutto questo lo abbiamo esplorato grazie a The Power of Silent Books, un progetto formativo per operatori socioeducativi di otto paesi, dedicato alla scoperta degli albi illustrati senza parole come strumenti di lavoro per i giovani, soprattutto in situazioni di fragilità sociale e personale. I venticinque partecipanti hanno lavorato in presenza per una settimana e a distanza per un anno, portando nei loro contesti la pratica di usare gli albi illustrati senza parole come aggancio per facilitare riflessioni e dialoghi, anche su temi complessi, come i diritti umani, la guerra, la morte, la salute mentale, l’esperienza migrante con tutte le sue difficoltà.
Il progetto è stato realizzato nell’ambito del programma Erasmus Giovani, col contributo di Agenzia Italiana per la Gioventù. Grazie al progetto, i silent books sono diventati il principale strumento di lavoro dell’associazione ucraina Work Together (una organizzazione non governativa), che ha creato delle piccole biblioteche itineranti di albi senza parole, organizzando gruppi di lettura per bambini, ragazzi e adulti coinvolti in diversi livelli dalla guerra, e con la quale stiamo progettando nuove azioni dedicate alla relazione tra cultura e salute mentale.
Durante questo progetto abbiamo sperimentato le potenzialità dei libri che raccontano con le immagini per agganciare e coinvolgere anche chi non sa leggere, chi non sa la lingua del paese in cui, si trova, chi non ha mai fatto esperienza di lettura, o chi fa fatica a concentrarsi per un eccesso di esposizione alla tecnologia.
Li abbiamo usati anche per condurre conversazioni – anche scomode e complesse – sul presente, per le infinite potenzialità che hanno per il lettore di costruire il significato della storia e agganciarla alla propria esperienza.
Sono i libri che si aprono senza fretta, per lasciare il tempo a chi li osserva di leggere le immagini con calma. Libri da leggere ognuno nella propria testa, o tutti insieme, in una sovrapposizione di voci, lingue e significati condivisi o diversi per ciascuno. Rassicurano chi non legge, come i tanti ragazzi che diventano grandi senza avere mai letto un libro, perché possono iniziare da qui, senza paura di essere giudicati. Che fermano il tempo quando, solo grazie a quel libro, qualcuno trova le parole per raccontarsi e per dire: io sono qui.