N.1 2022 - Leggere per crescere: sfide e opportunità per i servizi bibliotecari per ragazzi

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La biblioterapia in biblioteca: un cammino in costruzione

Federica Formiga

Dipartimento Culture e civiltà, Università degli studi di Verona federica.formiga@univr.it

Per tutti i siti web la data ultima di consultazione è il 28 marzo 2022.

Si ringrazia Marco Dalla Valle e Judit Béres per le preziose indicazioni bibliografiche e la disponibilità a un continuo confronto.

Abstract

La disciplina della biblioterapia è patrimonio comune da quando, negli Stati Uniti, nel 1949 Caroline Shrodes presentò la sua tesi di dottorato discutendo le tappe del processo biblioterapico passando da un assetto teorico all’applicazione di un vero e proprio metodo. Il primo lavoro incisivo sull’utilizzo della biblioterapia, però in ambito psichiatrico, risale agli anni Trenta del secolo scorso e a compiere questo importante passo applicativo fu il dottor William Menninger che non trascurò di parlare della collaborazione con la figura del bibliotecario a fianco a quella del medico. Menninger non fece altro che recuperare il termine ‘biblioterapia’, coniato per la prima volta nel 1916 da Samuel Crothers, senza però entrare nel merito di una spiegazione chiara e lucida sul significato della parola e sul ruolo del bibliotecario. Infatti, dal proprio punto di vista medicale, per Menninger non c’era molto da chiarire perché la seconda parte della parola, cioè ‘terapia’, rendeva tutto piuttosto semplice: con i libri si poteva fare appunto cura. In realtà non risolveva la domanda se altre figure, come ad esempio proprio i bibliotecari, potessero occuparsi o meno di biblioterapia. In questo saggio si proverà a dare una risposta positiva alla questione partendo dal presupposto che la biblioterapia ha trovato terreno di sviluppo proprio nelle biblioteche e in particolar modo in quelle ospedaliere. Da esse il cerchio si è allargato fino alle public library, sempre più coinvolte nel benessere delle persone, prima e principale finalità della biblioterapia. Serve però tanta formazione e preparazione e questo sarà uno degli importanti passi anche nel nostro Paese, sulla scia di altre esperienze europee e non solo.

English abstract

The discipline of bibliotherapy has been a common heritage since, in the United States, in 1949 Caroline Shrodes presented her doctoral thesis by discussing the stages of the bibliotherapy process, moving from a theoretical framework to the application of a real method. The first work about bibliotherapy,in the psychiatric field, dates back to the 1930s thanks to Dr. William Menninger who did talk about the collaboration between the librarian and the doctor. Menninger did nothing but recover the term ‘bibliotherapy’, coined for the first time in 1916 by Samuel Crothers, without giving a clear and lucid explanation of the meaning of the word and the role of the librarian. In fact, from his own medical point of view, for Menninger there was not much to clarify because the second part of the word ‘therapy’, made everything quite simple: with books you could cure. Actually, it did not answer the question whether other figures, such as librarians for example, could deal with library therapy or not. In this essay we try to give a positive answer to the question starting from the assumption that library therapy has found ground for development in libraries and especially in hospitals. From there the circle has expanded to the Public Library, increasingly involved in the well-being of people, the first and main purpose of bibliotherapy. However, a lot of training and preparation is needed, and this will be one important step in our country as well, in the wake of other European experiences and beyond.

Biblioterapia: parola alquanto sconosciuta ed equivocabile oltreché difficile da spiegare; biblioteca: termine invece chiaro nella sua definizione alla maggior parte delle persone. Cosa accomuna questi due vocaboli oltre alla radice biblíon, cioè libro? Cosa la seconda può fare nei confronti della prima e come la biblioterapia può trovare spazio all’interno di una biblioteca? Da queste domande, nonché dalla spiegazione di che cosa sia la biblioterapia, di quale sia la sua genesi e di come sia approdata al mondo delle biblioteche, si vuole partire, per arrivare a declinare come le due realtà, una empirica l’altra strutturale, abbiano, probabilmente da sempre, tra i loro fini il benessere, la consolazione e il sollievo emotivo delle persone e dei lettori. È storia nota come le biblioteche siano considerate da secoli cure del e per l’animo ma, negli ultimi anni, in un momento nel quale la pratica terapeutica della lettura è applicata a più ambiti e, nel mondo intero, c’è un continuo incremento del suo utilizzo nell’affrontare questioni quali la dislessia (Giappone e Danimarca), la depressione (Lituania), l’aiuto e l’integrazione sociale (Francia) e persino la lotta sulle emergenze del pianeta (Sud America e Africa), il ruolo delle biblioteche è sempre più vitale e protagonista [Mino, 2009].

La biblioteca è un organo complesso molto difficile da schematizzare secondo modelli ben precisi, i quali però fanno tutti convivere la tradizione assieme all’innovazione, unica garanzia per riuscire a rispondere al cambiamento e all’esigenza di adattarsi alla realtà sociali [Salarelli, 2015]. Queste ultime possono essere riqualificate anche grazie alla biblioteca che, oltre a uno spazio urbano pubblico, libero e sicuro, ha intrinseca anche la capacità di soddisfare le esigenze di socializzazione per singoli individui e grandi o piccoli gruppi. Con l’applicazione della biblioterapia in biblioteca si va oltre all’esaudire e all’appagare il bisogno di aggregazione perché il termine comporta anche lo scopo di portare benessere, presupposto che presiede proprio alla biblioterapia.

Interpretando la parola greca therapèia nel senso di care, cioè prendersi cura, in questo caso, attraverso l’utilizzo dei libri e della letteratura, i bibliotecari sono in grado di essere d’aiuto; in tutte le diverse definizioni del termine biblioterapia è sempre chiamata in causa la letteratura, mezzo per raggiungere, in modo creativo e ragionato, obiettivi di diverso tipo; la biblioterapia non è di per sé uno strumento medico, ma una disciplina in grado di valorizzare al massimo la capacità dei libri, di aiutare le persone ad affrontare problemi non esclusivamente patologici.

Il suo utilizzo ha avuto inizio, dapprima, in campo medico dai primi anni del Novecento, sebbene fosse nota già dalla seconda meta del XIX secolo. La Prima guerra mondiale lasciò ampi strascichi sui veterani americani, i quali poterono sperimentare quanto nel 1916 aveva scritto Samuel Crothers nel saggio Literary clinic pubblicato nella rivista The Atlantic monthly, cioè che i combattenti potevano trovare beneficio nell’utilizzo della letteratura come forma di terapia [Crothers, 1916; Miller, 2018, p. 17-19]. Da quel momento la strada per tale disciplina fu tutta in discesa soprattutto in ambito psichiatrico anche grazie ai fratelli Karl e William Menninger, che, come medici, iniziarono a studiare l’effetto della biblioterapia sui loro pazienti fino a pubblicare nel 1930 The human mind, nel quale si assegnava ai libri un potenziale curativo, sebbene fossero consapevoli che uno stesso testo non potesse essere automaticamente adatto a tutti. Dopo la Prima guerra mondiale nacque l’istituzione della biblioteca ospedaliera, voluta e offerta dall’American Library Association (ALA) al personale militare; il valore e il significato di tale struttura fu portato avanti e rafforzato a partire dal 1927 dalla direttrice dell’amministrazione dell’ALA, Elizabeth Pomeroy, che paragonò i libri a dei farmaci, con l’intento anche di professionalizzare la disciplina biblioterapeutica e la diffusione delle stesse biblioteche ospedaliere, le cui attività potevano essere destinate a persone con bisogni speciali. Con il tempo sono state redatte delle linee guida concernenti i servizi offerti per attrezzarsi a gestire materiali adatti ad ogni esigenza della società, senza però perdere il valore e il ruolo di essere luoghi finalizzati alla conservazione e alla memoria. Fu soprattutto William Menninger a capire che, pur essendo necessaria la figura del medico per utilizzare la biblioterapia, era altrettanto utile il ruolo del bibliotecario e la collaborazione tra i due: il primo aveva, e mantiene ancor oggi, la responsabilità del paziente, il secondo delle letture scelte da, letteralmente, somministrare e prescrivere [Menninger, 1937]. Menninger non fece altro che recuperare il termine biblioterapia, coniato per la prima volta nel 1916, senza però entrare nel merito di una spiegazione chiara e lucida sul significato della parola. Infatti, dal proprio punto di vista medicale, per Menninger non c’era molto da chiarire perché la seconda parte della parola, cioè terapia, rendeva tutto piuttosto semplice: con i libri si poteva fare appunto cura. In realtà non risolveva la domanda se un letterato, un esperto di letteratura, potesse o meno occuparsi di biblioterapia; sulla questione si soffermò la bibliotecaria americana Rhea Joyce Rubin per la quale non si trattava di psicoterapia, ma di basare la biblioterapia sull’idea che la letteratura avesse proprietà terapeutiche. A creare confusione era senza dubbio il termine therapy.

Il libro era e rimane uno strumento da offrire per aiutare chi si possa trovare, a causa delle più svariate ragioni, in difficoltà. Tanto però il gesto di offrire un libro appare semplice quanto serve una certa preparazione per diventare biblioterapisti, sia che si affronti la tematica dal punto di vista clinico sia da quello dello sviluppo. Fu però il primo punto ad attirare l’attenzione, dopo Menninger e Rubin, in particolar modo degli psichiatri e poi degli psicologi addetti allo studio e alla cura della mente, così come era avvenuto nell’antichità, secondo l’attestazione di Aulo Cornelio Celso (Libro III del trattato enciclopedico De medicina), cioè quando veniva promosso il rapporto tra la medicina e la lettura al fine di trovare per il paziente un equilibrio psichico in grado di garantirgli di vivere con il giusto spirito. È rimasta però fondamentale dopo tanti secoli la necessità di scegliere i testi letterari adatti; già durante la Prima guerra mondiale la bibliotecaria Sadie Marie Johnson Peterson Delaney si adoperò per trovare le letture personalizzate per i veterani presso l’ospedale militare dell'Alabama, collaborando con i medici dell’istituto e diventando responsabile della gestione della biblioteca del centro; per la Peterson Delaney il ruolo del bibliotecario, come professione, poteva andare al di là della semplice gestione e conservazione dei libri [Altunbay, 2018, p. 202].

Di strada se ne doveva compiere ancora molta, ma a dare lo spunto fu Caroline Shrodes, nella sua tesi di dottorato del 1949, quando discusse le tappe del processo biblioterapico passando da un assetto teorico all’applicazione di un vero e proprio metodo [Shrodes, 1950]; nel 1957 i due medici Julius Griffin e Robert Zeitler al Congresso dell’associazione delle biblioteche ospedaliere mostrarono il resoconto sui loro progetti che vedevano la biblioterapia come pratica di cura e sottolinearono anche l’importanza dei bibliotecari come impegnati essi stessi nel ruolo di terapisti e con i quali avevano costruito una squadra perfetta al cui interno le due professioni potevano aiutarsi, sapendo che il medico conosce le persone e in particolare il proprio paziente e il bibliotecario i generi letterari, da chiamare in causa non in base alla sfera dei propri gusti di lettura, ma dopo uno studio attento e consapevole al quale il bibliotecario giunge grazie anche a un’attività di formazione specifica [Vici, 2021, p. 121-122]. Furono tutti questi nuovi passaggi a rendere possibile nel 1966 una nuova definizione di biblioterapia strutturandola come una disciplina che utilizza materiali di lettura selezionati come coadiuvanti in medicina e in psichiatria e come guida nella soluzione di problemi personali attraverso la lettura diretta o condotta da un facilitatore. Non fu difficile arrivare a tale conclusione considerato che quattro anni prima Library trends aveva dedicato un intero numero alla questione della biblioterapia nel quale veniva ripercorso pure il ruolo del bibliotecario [Hannigan, 1962, p. 184-198], presenza sostanzialmente attiva già dal 1904 quando il bibliotecario ospedaliere del MacLean di Boston fu incaricato della biblioteca dei pazienti garantendosi un ruolo di biblioterapeuta qualificato per entrare, come membro, nell’équipe terapeutica:

The librarian has an eminent and significant place in this type of treatment. He is the one who compiles the raw material for treatment, that is, the books. He is the one who determines what books can play what role in the process […] The librarian, in turn, acts as an analyzer of the discussion material and provides the medicament, so to speak, for the use of the group therapists. As a librarian he necessarily becomes a specialist, that is, a specialist in correctional library work [Floch, 1952, p. 454-455].

Appare piuttosto evidente che fino a questo punto si è rimasti nell’ambito della medicina senza affrontare davvero la domanda se e come i professionisti non medici, come appunto i bibliotecari, possano avere una qualifica per esercitare l’attività di biblioterapisti. Si è già detto del loro ruolo di ‘assistenti’ durante le terapie, della loro imprescindibile funzione all’interno di un gruppo di cure patologiche, ma rimane da cercare la risposta se essi stessi possano lavorare – dopo un’adeguata preparazione, sulla quale torneremo – per il benessere delle persone non dal punto di vista clinico, ma solo dello sviluppo. Infatti, i due rami principali della biblioterapia sono declinabili in tali due macro-classificazioni proposte per la prima volta da Arleen McCarty Hynes e che, in questa sede, riassumiamo: la clinical biblioteraphy, che si occupa della parte malata dell’individuo e la developmental bibliotherapy impegnata invece con la parte sana [Hynes - Hynes, 1994, p. 13-17]. La distinzione chiama automaticamente in causa professionisti, competenze e obiettivi diversi: se solo il medico fa un uso certificato della biblioterapia clinica, pur aiutato da personale sanitario qualificato, all’interno della biblioterapia dello sviluppo possono lavorare filosofi, insegnanti, consulenti e bibliotecari per conseguire, come obiettivo, il rafforzamento degli individui, non affetti da particolari patologie, e delle loro risorse emotive e cognitive alle quali fanno costante appello per affrontare le sfide quotidiane. In tal senso, i campi di applicazione sono innumerevoli e comprendono anche sedi diversificate quali le scuole, le case di riposo, gli istituti di detenzione e non da ultimo, appunto, le biblioteche.

Le biblioteche pubbliche e le nuove sfide

La biblioteconomia, come scienza responsabile per l’uso e la diffusione di informazioni attraverso servizi e prodotti informativi, può essere legata direttamente alla biblioterapia. Abreu, Zulueta e Henriques reputavano che quando Justin Winson, impiegato della Harvard University, nel 1877 permise agli studenti di avere accesso agli scaffali e a far circolare liberamente i libri, abbia avuto inizio la consulenza nelle biblioteche. Stando così le cose, avrebbe segnato anche la nascita della biblioterapia nella biblioteconomia, in quanto il servizio di consulenza veniva alla luce con l’intenzione di aiutare e dare assistenza ai lettori [Abreu - Zulueta - Henriques, 2013, p. 105-106]. Secondo le tre autrici la biblioterapia poteva essere inserita nei servizi di orientamento offerti dalle biblioteche ai propri frequentatori e a questo proposito si ricorda ancora Rhea Joyce Rubin, la quale riteneva che la consulenza alla lettura e la biblioterapia avessero funzioni strettamente in relazione tra loro [Rubin, 1978b, p. 13].

Da qui scaturisce la domanda: il bibliotecario è biblioterapeuta o, che dir si voglia, facilitatore o biblioterapista?

La questione è complessa, ma come risposta, allo stato attuale della formazione e della ricerca, possiamo dire che lo può diventare a patto che si distingua la definizione di bibliotecario dalle sue funzioni e competenze, perché, di fatto, la biblioterapia può essere realizzata da bibliotecari senza che questi debbano modificare il loro titolo professionale; infatti, il biblioterapista è, prima di tutto, un bibliotecario che può spingersi oltre al campo della guida al lettore, diventandone un professionista specializzato.

La maggior parte dei medici e dei terapisti, d’altro canto, mettono in dubbio la capacità dei bibliotecari di guidare un percorso di biblioterapia, sottolineando la differenza tra il ‘consigliare’ un libro e aiutare le persone ad affrontare disagi emotivi profondi. Grande è il rischio di interpretare erroneamente i segnali emotivi manifestati dai partecipanti alle attività biblioterapeutiche o di ottenere risultati negativi che danneggiano, invece che favorire, il benessere dell’individuo. Appare chiara la necessità di una demarcazione netta, seppur partendo dalla base comune dei principi della biblioterapia, tra le varie competenze professionali e la preparazione attitudinale e le applicazioni specialistiche.

Non mancano esempi nel mondo dove le biblioteche pubbliche applichino la biblioterapia come, ad esempio, in Malesia dove uno studio del 2015 ha acceso i riflettori sui benefici della disciplina per i bambini: «I bambini di oggi sono i cittadini di domani» [Noordin - Husaini - Shuhidan, 2015, p. 110]. La considerazione è banale, ma è il punto di partenza per cogliere come anche i lettori più giovani possano trarre vantaggi per comprendere sé stessi e gli altri e affrontare con più consapevolezza le sfide della vita, rafforzando le risorse emotive, psicologiche e valoriali che ognuno custodisce. L’introduzione di programmi di biblioterapia nelle biblioteche pubbliche sostiene lo sviluppo emotivo e sociale dei bambini e, al contempo, offre loro un ambiente accogliente dove possano esprimersi e confrontarsi con le opinioni degli altri, accompagnati da una figura adulta che non si ponga in maniera autoritaria, come spesso avviene a scuola. Nei libri i bambini e i giovani incontrano metafore e storie di vita capaci di aprire i loro orizzonti emotivi e culturali e nella discussione sulle storie un’occasione di crescita e di sviluppo delle capacità interpersonali.

Anche le biblioteche del Regno Unito, ma non solo, sono state incoraggiate a prendere parte a questo mutamento di paradigma, proponendosi come ambienti socialmente inclusivi e sviluppando le competenze necessarie per supportare e guidare, in un primo momento, le persone con difficoltà di salute mentale e poi tutti i lettori che ne avessero necessità. Liz Brewster ha evidenziato, inoltre, l’importanza della collaborazione tra le biblioteche stesse, le organizzazioni mediche, i servizi sociali e di volontariato, capaci di creare una rete di sinergie indispensabile per il buon funzionamento dei programmi di biblioterapia, dalla ‘prescrizione’ del libro fino al benessere del lettore [Brewster, 2014].

Brewster, attingendo da altri studiosi [Lees 1997; Flood 2013], conclude che le biblioteche pubbliche rappresentino i valori della democrazia liberale, del libro come accesso alla conoscenza e all’uguaglianza e la sfida più recente che il servizio bibliotecario pubblico si è trovato a sostenere è stata l’apertura di un dialogo internazionale su ciò che la biblioteca significhi come servizio nella società. La biblioteca è libertà di leggere, di idee e di comunicazione e per questo è preziosa depositaria di conoscenze e di valori sociali trasmessi anche attraverso il luogo che la definisce e l’identifica [Gaiman, 2013]. In questo senso la biblioteca pubblica può avere impatto sul benessere cercando di valorizzare le sue qualità come un elemento essenziale della vita per una comunità.

L’attenzione alla biblioteca non è mai esclusivamente basata solo sui servizi forniti, ma anche sul suo essere istituzione e spazio, in quanto, soprattutto quella pubblica, ha avuto a lungo un ruolo tacito nel fornire un ambiente aperto e sicuro per soggetti vulnerabili, a partire, come abbiamo visto, dalle persone con problemi mentali. Essendo poi le biblioteche anche associate a tendenze filantropiche e di auto miglioramento [Greenhalgh - Worpole - Landry, 1995] diventano esse stesse, come le ha definite Brewster, ‘paesaggio terapeutico’. Questa definizione fa pensare che gli spazi di una biblioteca abbiano un impatto positivo a favore della promozione del benessere piuttosto che come ambiente curativo; il luogo fisico di una biblioteca rappresenta qualcosa di più di un edificio dove sono erogati servizi dei quali si può usufruire o materiali da avere in prestito o consultare in quanto è pure familiare, aperto e accogliente nonché confortante e calmante [Brewster, 2014, p. 96-98]. Uno dei modelli da applicare alle biblioteche e in linea con le azioni legate alla biblioterapia è certamente quello del carattere esperienziale, il cui focus è sull’utente e sul suo grado di coinvolgimento emotivo. L’utente di una biblioteca, soprattutto se piccola o medio piccola, può trovare un perimetro e delle persone che si prendano cura di lui e garantiscano la sua soddisfazione, che va ben oltre alla semplice esigenza di avere a disposizione un determinato titolo o volume. Alla biblioteca si potrebbe applicare il concetto di luogo terzo «già elaborato negli anni Ottanta dal sociologo Ray Oldenburg per rendere conto della funzione sociale di alcuni spazi delle città americane dell’epoca» [Bilotta, 2021, p. 89] perché non è altro che un luogo neutro, utile quindi a poter creare rapporti in forma gratuita per i fruitori, e soprattutto essere contemporaneamente ospitale e rilassante, socialmente inclusivo, in modo che gli utilizzatori possano sentirsi a proprio agio. Inoltre, biblioteche che «si sforzano di sperimentare nuovi modelli non vogliono e non devono rinunciare alla centralità dell’intermediazione informativa, ma possono rispondere più adeguatamente all’obiettivo di ampliare la loro base sociale» [Bilotta, 2021, p. 119; Ridi, 2014].

Come preparare allora bibliotecari interessati e competenti in questo nuovo e importante aspetto dove la biblioterapia, e in particolar modo quella dello sviluppo, troverebbe spazio e crescita?

La formazione

Negli ultimi ottant’anni i biblioterapisti – al 1941 risale, infatti, la prima definizione da dizionario sul loro ruolo [Dorland, 1941] – hanno istituito corsi di formazione specializzati e hanno promosso la ricerca scientifica sugli effetti della lettura e della letteratura, sebbene forse lo sviluppo più interessante è stato il loro inserimento fuori dalla cornice delle biblioteche ospedaliere. Nelle biblioteche, soprattutto quelle statunitensi, si è sviluppata l’idea che se i bibliotecari ospedalieri compivano una sorta di terapia ‘esplicita’ gli altri potevano applicare invece un’attività ‘implicita’ usando i libri e la letteratura come mezzo di comunicazione. Il potenziale d’uso di questi ultimi può diventare preoccupante per il bibliotecario, considerato che è anche spesso travolto da tante altre incombenze, ruoli e funzioni, sebbene potremmo avere specialisti per praticare la biblioterapia senza alcuna responsabilità sull’amministrazione della biblioteca; il bibliotecario, più responsabilizzato nell’utilizzo dello strumento libro, che nel XXI secolo possiamo anche non considerare strettamente analogico e soprattutto non esclusivamente di genere narrativo, diverrebbe, in rapporto alle diverse esigenze – non necessariamente legate all’aspetto curativo di una malattia –, un punto cardine nelle azioni finalizzate al benessere. Tale è l’alveo dove la biblioterapia può trovare diversi tipi di opportunità e raggiungere uno o più obiettivi e scopi, programmare le fasi e i passaggi (identificare il problema, selezionare il testo, leggerlo, discuterne e così via) [Janavičienė, 2010, p. 114]; il bibliotecario può far uso delle sue conoscenze e competenze per scegliere, di volta in volta, i testi appropriati in accordo con il problema e il livello intellettuale appropriato. La Janavičienė ha identificato e analizzato le fasi della biblioterapia che, nella maggior parte dei casi del processo, richiede le competenze del lavoro in biblioteca: da una ricerca di informazioni, alla motivazione dei lettori per la lettura, all’informazione, alla classificazione tematica, alla capacità di lettura empatica, alla promozione della lettura, all’analisi dell’impatto delle parole; ciò non significa che non debba esserci la collaborazione con specialisti di altri settori, quali medici, psicologi, assistenti sociali.

È intuibile come i bibliotecari possano cimentarsi, a seguito di un’adeguata preparazione, nell’esercizio della biblioterapia, purché non venga loro affidata la sola consulenza ai lettori di determinate letture, poiché la biblioterapia è altro, visto che mette in connessione l’uso dei libri per aiutare le persone ad affrontare e a risolvere, in contesti non medici, le difficoltà della vita. Il bibliotecario non si limita a segnalare ‘un buon libro’, sa che i medesimi testi non sono terapeutici per tutti i lettori, così come uno stesso farmaco non è adatto a portare sollievo a tutti indistintamente; il libro può essere d’aiuto in quanto la terapia non è esclusivamente e unicamente in esso (non ci sono libri terapeutici di per sé), ma nella discussione successiva guidata da un professionista. I libri su questioni quali l’abuso, la dipendenza, la depressione, il bullismo e così di seguito non sono automaticamente terapeutici, si tratta solo di testi su argomenti specifici e spesso le liste di tali titoli sono essenzialmente fuorvianti; si affronta l’attualità specifica su un determinato tema e il bibliotecario non può limitarsi a una distinta fornitura di informazioni, ma farne un uso consapevole, astenendosi dalle diagnosi, conscio che non può affrontare professionalmente le possibili conseguenze negative provocate e fatte emergere da determinate letture; infine, il bibliotecario non può consigliare i libri non letti da lui stesso, rifacendosi solo ai trafiletti degli editori, alle recensioni e alle opinioni di altri lettori o più in generale provenienti da fonti esterne; deve conoscere la storia, i personaggi da utilizzare e far emergere, perché il lettore o l’ascoltatore possano ritrovarsi o identificarsi e riconoscere i loro difficoltà.

I materiali con cui lavorano i bibliotecari sono quelli che forniscono la comprensione, la conoscenza e la ragione e che formano la mente, indirizzano la volontà necessaria ad affrontare la sfida del tempo, per adattarsi alle compulsioni e a plasmare il discernimento. È solo la biblioteca che riesce a rendere fattibile tutto ciò a differenza dell’editoria che, nonostante sia l’agenzia più antica e universale che unisce il lettore e la parola stampata, non ha la stessa gamma di opportunità di comunicazione e neppure la stessa intimità di relazione con i lettori, i quali hanno gusti, capacità, bisogni, attitudini e livelli di istruzione diversi. L’abilità del bibliotecario sta nel selezionare il libro giusto per una data esigenza in quel preciso momento [Haines, 1950, p. 10].

La formazione in questo contesto diventa senza ombra di dubbio la parola chiave e già negli Stati Uniti, nel Regno Unito così come in altri paesi europei, in special modo in Ungheria, esistono da tempo percorsi di certificazione per biblioterapeuti dove, accanto all’amore e alla conoscenza della letteratura e della scrittura, si affiancano conoscenze di base di carattere psicologico, legate alle dinamiche di gruppo, e dove si impara a riconoscere la differenza tra la normalità e la patologia per indirizzare, eventualmente, l’individuo in difficoltà a un professionista della salute mentale [Brewster - Sen - Cox, 2013]. Quindi un bibliotecario formato può lavorare con gruppi di persone sane o sotto la supervisione di altri terapeuti o di medici.

Il Central Europe 2020 Bibliotherapy project nato in seno all’IFLA conferma come la biblioterapia possa essere fonte di benessere e si propone, a livello internazionale, di collegare le biblioteche impegnate in tale disciplina. Le associazioni, dall’IFLA all’ALA, coinvolte da tempo nella ‘promozione’ e valorizzazione delle biblioterapia in ambito medico sono sempre più consapevoli del ruolo rivestito dalle altre tipologie di biblioteche e quanto possano essere interessate nel processo biblioterapeutico nell’ambito della formazione, i cui primi esempi risalgono già al 1920 presso la School of Library Science della Western Reserve University.

In Italia, al momento, non sono conosciuti progetti legati alla biblioterapia che vedano le biblioteche protagoniste, se non in brevi, sporadici ed estemporanei corsi rivolti a singoli volonterosi bibliotecari; mai è stato attivato un vero e proprio percorso formativo completo di preparazione all’utilizzo e applicazione della biblioterapia. Nel 2019 l’Università degli studi di Verona ha iniziato a proporre tale possibilità grazie al rapporto instaurato con l’università ungherese di Pécs, dove esiste un corso di laurea destinato a coloro che vogliano diventare biblioterapisti. La strada iniziata in Italia sulla biblioterapia, e in particolare su quella inerente allo sviluppo, ha avuto avvio con un corso di aggiornamento professionale erogato nell’anno accademico 2019-2020 della durata di 88 ore suddivise tra lezioni di carattere teorico e laboratori dove, oltre ai concetti principali, si è parlato di filosofia della narrazione, di poesia terapia, di letteratura e di medicina narrativa con l’obiettivo di permettere ai professionisti italiani (psicologi e psichiatri, educatori, insegnanti, filosofi, counselor, operatori sociali, infermieri, bibliotecari) di inserire la biblioterapia all’interno delle loro competenze per collocarsi, anche lavorativamente, nelle strutture pubbliche e private con la capacità di condurre gruppi di crescita personale o incontri personalizzati con chi si trovi in situazione di disagio. In seguito alla prima opportunità l’ateneo veronese ha dato avvio a un Master in Biblioterapia che, nel momento in cui si scrive, è iniziato da poche settimane. La proposta didattica di formazione post lauream, della durata di un anno, oltre agli insegnamenti impartiti durante il corso di aggiornamento comprende argomenti come la lettura in bambini e adulti affetti da disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), letteratura per l’infanzia, lettura e apprendimento linguistico, lettura espressiva a voce alta e laboratori per mettere in pratica quanto affrontato.

Accanto a queste possibilità formative, sempre a Verona, è stato avviato un Centro di ricerca interdipartimentale denominato Biblioterapia e shared reading: i libri per il benessere, che vede coinvolti i dipartimenti di Culture e civiltà, di Scienze della formazione e di Neuroscienze, biomedicina e movimento e che si prefigge di promuovere lo studio e la diffusione della biblioterapia in Italia, nonché di stabilire rapporti con gli esponenti della disciplina nel mondo; di organizzare convegni, seminari e corsi di studio per favorire gli scambi e i contatti fra studiosi che si occupino di biblioterapia e shared reading in ogni campo; di promuovere la formazione di base e la formazione continua destinata a professionisti provenienti da ogni disciplina che desiderano inserire le proprie competenze nei progetti di biblioterapia e di favorire la pubblicazione per sviluppare un dialogo con la comunità scientifica italiana e internazionale.

Conclusioni

Per realizzare progetti di biblioterapia sono necessarie risorse per formare il personale, acquistare i libri necessari, stipulare contratti per l’assunzione di facilitatori, pubblicizzare i progetti e, non da ultimo, ristrutturare gli spazi atti a ospitarli. Con la suddivisione delle competenze, dei costi, della ricerca di fondi e finanziamenti, realizzata anche in partnership con librerie e associazioni del territorio, si potrebbe «riprendere e proseguire esperienze che portano alla connessione tra la cultura dei libri e la cultura delle persone alla ricerca di nuovi modelli di vita e convivenza, alla riappropriazione di spazi da parte dei cittadini» [Anzivino - Caligaris, 2021, p. 145]. Le persone rimarrebbero sempre protagoniste e, partendo proprio dai loro problemi ed esigenze, ci sarebbe l’opportunità di ricostruire il tessuto del loro benessere anche attraverso nuove soluzioni e nuove discipline applicate/praticate all’interno delle biblioteche stesse, luogo di incontri e di rapporti sociali nonché di confronto con una lettura adatta e funzionale a quel momento emotivo vissuto da un lettore, mai lasciato solo grazie alla mediazione umana compiuta proprio da parte dei bibliotecari preparati. Fino al 2019 il rapporto BES [Istat - CNEL, 2013, p. 187-189] aveva inserito un solo indicatore che riguardasse le biblioteche all’interno del dominio destinato al paesaggio e patrimonio culturale e si limitava a misurare la spesa pubblica comunale pro capite destinata alla cultura. Nell’edizione del marzo 2020 è stato inserito, per la prima volta, all’interno del dominio “Istruzione e formazione”, un indicatore denominato “Fruizione delle biblioteche” [Istat, 2020, p. 73 e seguenti]. Si tratta di un passaggio importante verso le opportunità che le biblioteche possono sfruttare per affermare il loro ruolo non solo in ambito conservativo, ma anche come strumenti di istruzione, formazione delle persone e quindi, a caduta, di benessere. Siamo consapevoli che sul percorso da compiere per portare la biblioterapia all’interno delle biblioteche e soprattutto per formare i suoi operatori come biblioterapisti e facilitatori ci sia ancora molto lavoro da compiere, però siamo sicuri che gli spazi non mancheranno dal momento che anche nei 10 punti del progetto IFLA Global Vision ne appare uno destinato allo sviluppo delle biblioteche come spazi pubblici non commerciali utilizzati e utilizzabili per meglio capire i bisogni, disegnare i servizi necessari, per poi farsene carico coadiuvati da collegamenti esterni e dall’accoglienza di nuovi aspetti e azioni nella comunità biblioteconomica, per ottenere un impatto positivo e possibilmente misurabile sulle persone, nonostante la condizione di benessere sia di natura dinamica e non dipenda esclusivamente dall’assenza di patologie. Tra gli aggettivi sopracitati per definire la nuova fisionomia della biblioteca che verrà [Ferrieri, 2020] manca il termine ‘prossimità’, che nell’accezione più classica del termine significa vicinanza alle persone; è di carattere sia spaziale, sia culturale, sia sociale e non è certo una novità perché le biblioteche pubbliche sono per loro natura luoghi e mezzi di conoscenza vicini e in ascolto dei cittadini e in questo ruolo sostanzialmente molto specifico si possono innestare nuovi incontri, nuovi modelli, nuove attività che assicurino alle biblioteche la loro legittimazione e riconoscibilità in un periodo immerso in un clima di profonda incertezza.