N.2 2016 - L'ambiente digitale e le biblioteche

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Un passato per il futuro: trent’anni di SBN

Tommaso Giordano

già direttore della Biblioteca dell’Istituto Universitario Europeo e componente del gruppo di esperti che ha dato avvio al Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN); tommaso.giordano@eui.eu

Il testo è tratto dall’intervento al Convegno “Trent’anni... per [ri]cominciare: nuove prospettive del Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN)”, organiz­zato dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e svoltosi il 18 ottobre 2016.

Abstract

Il contributo offre alcune riflessioni sul passato, sul presente e sul futuro del Servizio bibliotecario nazionale (SBN), in occasione dei festeggiamenti per il suo trentennale. Con oltre seimila biblioteche di diversa tipologia (e con differenti sistemi di gestione), con migliaia di utenti che accedono ogni giorno a un catalogo di 15 milioni di titoli e fruiscono del circuito di prestito interbibliotecario, l’esperienza SBN rappresenta un grande risultato per la comunità bibliotecaria italiana. Prospettiva internazionale, cooperazione interistituzionale e cooperazione tecnologica: questi tre elementi hanno caratterizzato SBN sin dalla sua nascita e potranno continuare a essere i suoi punti di forza anche in futuro.

English abstract

This paper offers some reflections on the past, present and future of the Italian National Library Service (SBN), during the celebrations for its thirty years. More than six thousand of different type libraries (with different management systems), thousands of users that browse every day its OPAC of 15 million titles and benefit from the interlibrary loan circuit: the SBN experience represents a great achievement for the community of Italian librarians. International perspective, inter-institutional and technological cooperation: these three elements have characterized SBN since its launch and they will continue to be its strengths also in the future.

1. Probabilmente nessuno del gruppetto degli ideato­ri del progetto, tantomeno il sottoscritto, pensava di ritrovarsi, più di trent’anni dopo, in un convegno per celebrare l’anniversario di SBN. Non è che ci mancas­se l’ambizione, la fantasia o quel pizzico di tracotanza, ingredienti indispensabili in iniziative del genere, eppure una tale longevità di SBN andava oltre la soglia delle nostre più audaci previsioni. Provo una strana sensa­zione nell’affrontare oggi, quasi settantenne, questo tema, dopo aver lasciato il progetto ormai da tanti anni. Mi sembra di rivivere l’avventura di Rip Van Winkle, l’in­dimenticabile personaggio del racconto di Washington Irving, che si risveglia dopo venti anni, inconsapevole di quanto tempo ha dormito e torna al suo villaggio, nei pressi di New York. Rip nota che molte cose sono cambiate, la gente veste in modo diverso, e quasi tutte le persone che conosceva non ci sono più. Il Nostro si ritrova subito nei guai dopo aver commesso una serie di gaffe, compresa quella di dichiararsi un fedele suddi­to di Re Giorgio III, non sapendo che nel frattempo c’è stata la rivoluzione, e l’America è diventata indipenden­te. Spero di non incorrere in qualche gaffe alla maniera di Rip Van Winkle. Comunque, a scanso di equivoci, dichiaro di essere l’unico responsabile di eventuali er­rori ed omissioni, sollevando così da ogni responsabili­tà gli amici e colleghi della BNCF che mi hanno invitato per partecipare a questo incontro.

«Come immaginavate che dovesse diventare SBN?» È la domanda che mi sono spesso sentito rivolgere dai colleghi più giovani. Vi risparmio la risposta: sarebbe come leggere oggi un racconto di fantascienza scrit­to agli inizi del Novecento. Anzi, come leggere tanti diversi racconti, perché probabilmente ognuno di noi immaginava SBN a modo suo. Tuttavia, non intendo eludere il vero senso della questione, e vi riporterò al­cuni frammenti del mio personalissimo modo di vede­re il progetto nella sua fase iniziale, per darvi un’idea degli orizzonti entro i quali si sviluppava la riflessione. Chiarisco subito che considero SBN una storia di suc­cesso: una rete di circa seimila biblioteche di diversa tipologia (e con differenti sistemi di gestione), con migliaia di utenti che accedono ogni giorno a un catalogo di 15 milioni di titoli e fruiscono del circuito di prestito interbibliotecario, non è cosa da poco. Ai giorni nostri tutto questo può sembrare persino banale, ma non lo era affatto tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. A quell’epoca concepire un disegno del gene­re poteva sembrare azzardato per non dire ‘pazzesco’ (aggettivo che non ci è stato certo risparmiato in que­gli anni). E in un certo senso azzardato lo era davvero, se si pensa al contesto in cui fioriva l’idea, alle carenze delle biblioteche italiane e della professione biblioteca­ria, all’arretratezza della pubblica amministrazione, e al ritardo tecnologico del Paese. In quegli anni, pochissimi bibliotecari avevano un’idea di cosa fosse un com­puter e quando la stampa parlava di informatica nella pubblica amministrazione, era per riferire esperienze fallimentari, vicende di computer acquistati e poi ab­bandonati negli scantinati dei ministeri, di sprechi e di incompetenza. Le infrastrutture di telecomunicazione erano decisamente inadeguate alle esigenze di un Pa­ese industriale, non esisteva ancora la rete pubblica di trasmissione dati (Itapac entrerà in funzione solo nel 1984), e Internet era ancora fantascienza. Viene dav­vero da chiedersi come un progetto così complesso e innovativo abbia potuto essere concepito e prendere corpo in un contesto del genere!

Ma quell’epoca aveva anche i suoi aspetti positivi che giocavano a favore di iniziative progettuali. Non starò qui a farne un elenco, ma permettetemi di ricordarne alcuni. Prima di tutto il clima di cambiamento sociale e politico che segnò quel periodo e che si tradusse nelle grandi battaglie civili (come i referendum sul divorzio e l’aborto), in importanti riforme istituzionali (il decen­tramento regionale, l’istituzione del Ministero dei Beni Culturali), e nello sviluppo di forme di democrazia dif­fusa (come gli organi collegiali della scuola, i consigli di quartiere ecc.). Altro elemento favorevole, l’attenzione della politica per i temi dell’istruzione e della cultura, anche se raramente ciò si traduceva in azioni concre­te. Infine, ma non certo meno importante, l’immissione di migliaia di giovani nelle amministrazioni pubbliche centrali e locali, ivi comprese le biblioteche. Tutti fatto­ri che concorrevano a scuotere gli assetti burocratici consolidati e aprivano spazi e opportunità progettua­li nel settore pubblico. Questo era il clima a Firenze, quando sulle colline fiesolane muoveva i primi passi l’Istituto Universitario Europeo, con una équipe di bi­bliotecari provenienti da tutta Europa. Il contatto con le biblioteche toscane fu quasi immediato, e le idee oltremontane trovarono l’humus che di lì a poco fece germogliare le iniziative di cooperazione che prepara­rono il terreno a SBN. La disponibilità verso il nuovo di alcune personalità prestigiose ai vertici di importanti istituti bibliotecari (tra questi Diego Maltese, allora alla guida della BNCF, Michel Boisset, Angela Vinay, Luigi Crocetti) furono, insieme all’entusiasmo giovanile di un gruppo di bibliotecari e informatici fortemente mo­tivati, elementi decisivi nella lunga fase iniziale del progetto. Un forte sodalizio univa il gruppo che lavorava alla progettazione, ma non sono certo che ci fosse totale convergenza di vedute sul futuro della rete na­zionale, non solo per le differenti posizioni istituzionali dei componenti, ma anche per le loro diverse aspira­zioni e sensibilità politiche e culturali. Per un ex giova­ne del Sessantotto, come il sottoscritto, che credeva nell’avvento di governi riformatori e di una stagione di mutamenti radicali nel rapporto tra Stato e cittadini, l’innovazione tecnologica rappresentava una opportu­nità irrepetibile per ‘rivoluzionare’ il modo di funzionare delle biblioteche italiane. Non ero il solo a pensarla in questo modo: «L’organizzazione delle biblioteche – affermava Michel Boisset – è un’organizzazione ammini­strativa: un certo numero di biblioteche sono raggrup­pate sotto la tutela di una direzione di ministero che ne controlla il funzionamento e ne distribuisce le risorse. Questa struttura risponde a degli obiettivi di controllo e distribuzione delle risorse: è una struttura di potere. Essa non risponde agli obiettivi di servizio, prima di tutto perché la dinamica viene dall’alto (il potere) e non dal basso (il servizio)». E aggiungeva: «Una struttura di servizio non è una struttura autoritativa. Essa si fonda essenzialmente sulla partecipazione volontaria di cia­scuna biblioteca al servizio comune. La struttura da in­ventare deve permettere la partecipazione di tutti [….]: è questa [struttura] che definisce e regola il metodo di lavoro delle biblioteche che vogliono partecipare al servizio». Un’altra tessera utile per ricomporre il mo- saico degli orizzonti in cui SBN muoveva i primi passi è la prospettiva europea del progetto, accentuato evi­dentemente dal ruolo rivestito dall’Istituto Universita­rio Europeo nello stadio iniziale. Questo aspetto si è andato dissolvendo dopo la fase di progettazione, ma alcuni ricorderanno che nel periodo 1981-83 ci furono contatti tra il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali e il Ministero dell’Educazione francese per concordare le linee di una cooperazione tecnologica al fine di sviluppare software gestionali sulla base dell’analisi forni­ta dell’Istituto Universitario Europeo. Alcuni bibliotecari e tecnici francesi collaborarono con l’équipe italiana alle prime stesure dell’analisi dalla quale furono svilup­pati in Italia gli applicativi SBN e in Francia il program­ma denominato (in omaggio a Firenze) Medicis, a lun­go adottato da alcune importanti biblioteche francesi. Al fondo della visione che si impose nella fase di ge­stazione del progetto, c’era anche la preoccupazione, ampiamente condivisa da tutti i membri del gruppo, compreso i partner francesi, che le biblioteche potessero diventare preda dei grandi produttori di hardware e di software, e costrette a subire la rivoluzione infor­matica invece che gestirla secondo i propri obiettivi. Oggi, al tempo di Internet e della tecnologia open source, questi timori potrebbero apparire eccessivi, o non tali da giustificare lo sforzo per realizzare appli­cativi su diversi tipi di hardware, ma allora questa era l’unica strada percorribile per dare alle biblioteche la possibilità di scegliere i propri mezzi informatici e poter disporre di sistemi in grado di permettere loro di coo­perare efficientemente. Una pressoché totale conver­genza tra Angela Vinay e Michel Boisset (i veri leader del progetto) e gli altri membri del gruppo, si riscontra­va anche sul principio dell’autonomia delle biblioteche, che costituiva un caposaldo irrinunciabile di una “nuo­va biblioteconomia” basata sul metodo della cooperazione e sulla centralità dell’utente, che avrebbe dovuto soppiantare le vecchie pratiche. Non si trattava solo della rivendicazione di autonomia amministrativa, ma anche dell’affermazione dell’autonomia politico-cultu­rale delle biblioteche, intese come soggetto attivo nel circuito della produzione e diffusione dell’informazio­ne. Ho l’impressione che non sia emerso abbastan­za dal dibattito su SBN la dimensione culturale del progetto, che andava ben oltre i limiti del “comparto biblioteche”. Probabilmente l’impegno richiesto per la realizzazione della componente tecnologica ha lascia­to in ombra questo aspetto importante. Già nel 1981, in piena fase di progettazione, si affaccia l’idea di un Servizio bibliotecario nazionale come componente di un “Servizio nazionale del libro”. È ancora Michel Bois­set che interviene sul tema: «I mezzi che consentono di realizzare il Servizio bibliotecario nazionale posso­no essere messi a disposizione per lo sviluppo di una politica nazionale del libro. Si tratta di ampliare il con­cetto di ‘catalogo unico’ fino a comprendere oltre che le risorse delle biblioteche anche quelle degli editori e librai (nuove pubblicazioni, libri disponibili presso gli editori, libri antichi disponibili presso i librai ecc.)». Non c’è bisogno di sottolineare in questo consesso la straordinaria preveggenza sul possibile ruolo del ca­talogo delle biblioteche in altri contesti del circuito del libro, che emerge in queste parole. Qui preme rilevare la prospettiva di lungo termine insita in questa visione – che oltretutto contrastava fortemente con l’atteggia­mento autoreferenziale tipico del mondo bibliotecario – e segnalare le opportunità che tuttora potrebbe aprire, sul piano della cooperazione con gli editori e altri sog­getti della produzione culturale. Opportunità che an­drebbero attentamente valutate in termini di benefici che potrebbero apportare allo sviluppo della lettura, alla produzione editoriale nazionale e alla diffusione della lingua italiana. Questo discorso non riguarda solo il libro cartaceo, ma anche l’e-book. Ad esempio, si potrebbe negoziare e concordare con gli editori e di­stributori un programma su larga scala per permettere alle biblioteche pubbliche di accedere, a costi sosteni­bili, alle collezioni italiane di e-book, all’insegna di una strategia win-win, vantaggiosa per tutti.

2. La soddisfazione o la delusione derivante da come sono andate effettivamente le cose è direttamente pro­porzionale alle aspettative individuali di alcune centina­ia di persone che hanno lavorato al progetto. Proba­bilmente si poteva fare di più e meglio, oppure, molto più probabile, tutto si poteva risolvere in un fallimento. Ma ora cerchiamo di guardare la parte piena del bic­chiere. Ci sono, a mio parere, molti punti forti che an­drebbero valorizzati e anche ridefiniti. Ne indico bre­vemente alcuni, non omettendo di segnalare qualche criticità.

La rete SBN si fonda su uno schema cooperativo interistituzionale. Fin dall’inizio apparve chiaro che qui si situava il fulcro di tutta la manovra. Ed era anche evidente il rischio che si correva nel trattare una ma­teria così delicata in tempi di battaglia politica per l’at­tuazione del decentramento regionale. Non saprei dire come andò in porto questa complessa operazione, ma l’ammiraglio che la condusse sfidando acque così perigliose, ha un nome e un cognome: Angela Vinay. Credo che il progetto SBN sia uno dei pochi casi di cooperazione interistituzionale riuscita e duratura nel nostro Paese. Un programma che pur basato sul fi­nanziamento pubblico è riuscito a passare indenne attraverso i convulsi mutamenti politici degli ultimi decenni. La cooperazione interistituzionale di SBN è un capitale da valorizzare e da impiegare anche per estendere in futuro i servizi della rete agli archivi, ai musei, agli altri istituti e agli altri attori dell’organizza­zione culturale del Paese.

La cooperazione interistituzionale sul piano operativo ha dato il meglio di sé nel sostenere la cooperazione tecnologica, che ha consentito la realizzazione dei di­versi applicativi gestionali, della rete e dell’indice. An­che questo è stato un successo, al di là delle difficoltà e delle lentezze che ne hanno caratterizzato il percorso. Probabilmente in alcune situazioni o aree del nostro Paese l’automazione delle biblioteche sarebbe slittata di qualche decennio se non ci fosse stata l’intesa tra ICCU, Regioni e Università. L’apertura della rete a altri sistemi non ‘nativi SBN’, benché tardiva, rappresenta un importante salto di qualità sia sul piano dell’espan­sione di SBN, sia su quello dei contenuti, liberando l’i­niziativa delle biblioteche verso un livello più avanzato di condivisione delle risorse. Proseguendo in questa direzione SBN diventerà effettivamente la rete nazionale delle biblioteche italiane e può affrontare il cambio tecnologico che lo attende avendo un maggior venta­glio di opzioni. Con questo non intendo dire che SBN debba continuare a sviluppare sistemi gestionali, ma che potrebbe impiegare la sua forza e le sue risorse consortili per trovare le soluzioni più convenienti per le biblioteche cooperanti. Il punto debole della cooperazione tecnologica è da sempre la scarsezza di know how da parte delle istituzioni che hanno il controllo del progetto. Questo limite è emerso soprattutto nel rap­porto con le aziende informatiche che collaborano a SBN e sarebbe opportuno porvi rimedio, affinché gli organi deputati mantengano saldamente il controllo del programma. Ma è pressoché impossibile risolvere questo problema fino a quando non ci saranno nuove assunzioni che consentiranno di ringiovanire la valorosa vecchia guardia che in questi anni si è battuta per mantenere la posizione.

La governance SBN è da sempre materia di discus­sione. All’inizio l’ipotesi di un consorzio autonomo, finanziato a regime dalle quote delle biblioteche par­tecipanti appariva la soluzione più adatta al modello di cooperazione che si andava prefigurando. Ma la costituzione di un consorzio presentava numerose dif­ficoltà di carattere politico-amministrativo, e l’idea fu subito accantonata. Io sono convinto che la creazione di un soggetto giuridico di natura consortile, dotato di autonomia amministrativa, avrebbe favorito la parteci­pazione e l’iniziativa delle singole ‘unità di servizio’. Un consorzio siffatto avrebbe potuto stimolare la parteci­pazione attiva dei bibliotecari ed estendere la sfera di azione ad altri settori e programmi, come è accaduto in situazioni analoghe in Europa e in Nord America. Mi riferisco, ad esempio, alle iniziative consortili per la negoziazione delle licenze e la condivisione di risor­se elettroniche nelle biblioteche accademiche, attività che in Italia ha dovuto affrontare numerosi ostacoli an­che a causa della mancanza di un soggetto giuridico controllato dalle biblioteche e riconosciuto come inter­locutore nazionale, in grado di gestire questa funzio­ne. È necessario, ma non basta, ridefinire gli organi di gestione di SBN, occorre impegnarsi seriamente per farli funzionare. Questa è la strada per coinvolgere e suscitare la partecipazione attiva degli operatori, che può dare nuova linfa alla cooperazione SBN.

È stata sottolineata più volte in questi trent’anni la fun­zione di SBN come infrastruttura per permettere alle biblioteche italiane di cooperare per offrire servizi mi­gliori, mettendo insieme le loro risorse. L’infrastruttura ora esiste, e credo sia nell’interesse di tutti fare uno sforzo per sfruttare al meglio il suo potenziale.

Il catalogo è lo strumento primario di SBN, sia per an­dare oltre la cooperazione biblioteconomica, sia per approfondirla. Oggi è inconcepibile un SBN chiuso, come lo è stato per lungo tempo, oppure “totalizzan­te”, come improvvidamente è stato definito in passa­to. Attualmente alcune centinaia di biblioteche italia­ne sono presenti in WorldCat (il grande catalogo di OCLC) con circa 13 milioni di record. Una parte con­siderevole di queste biblioteche fa anche parte della rete SBN, tra cui alcune prestigiose istituzioni, come la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e nove im­portanti università del consorzio CIPE. WorldCat, oltre a svariati servizi, offrirebbe anche il vantaggio della vi­sibilità internazionale del nostro patrimonio bibliografico, sarebbe quindi auspicabile che il catalogo SBN ne facesse parte. Sappiamo che sono in corso da alcuni anni contatti tra OCLC e l’ICCU per avviare programmi di collaborazione e ci auguriamo che si concludano al più presto positivamente.

Il catalogo SBN offre una messe straordinaria di dati che possono essere sfruttati per studiare i molteplici aspetti del servizio che vanno dall’utenza, ai servizi di accesso, allo sviluppo delle collezioni.

La gestione cooperativa delle collezioni è fin dall’inizio nell’agenda SBN. Questo tema è di straordinaria attua­lità: sia che si tratti di collezioni cartacee, che di risorse elettroniche, la soluzione sostenibile non può essere che cooperativa, come è ampiamente dimostrato dalle espe­rienze in corso in molti paesi. Dal catalogo SBN si posso­no estrarre dati aggiornati in tempo reale sui documenti descritti, sul numero di copie, sulla loro disponibilità e uso, tutti elementi di analisi utili per sviluppare strategie di de-selezione, gestione e conservazione delle collezioni basate su modelli cooperativi. Oggi, le soluzioni vanno dai grandi depositi condivisi centralizzati dove confluiscono i libri meno usati delle biblioteche di una determinata area, ai programmi di conservazione cooperativa distribuita, dove ciascuna biblioteca si assume la responsabilità di conservare, nel quadro di uno schema concordato con gli altri partner, determinate collezioni, consentendo di economizzare spazi, attrezzature e altre risorse. Non è, a mio parere, compito di SBN gestire programmi di tal genere, che solitamente si articolano a livello territoriale, però poterebbe stimolarli e sostenerli mediante la messa a punto di una serie di strumenti di gestione delle raccol­te fondati sui dati aggregati del catalogo SBN.

Le risorse digitali sono un’altra area di intervento della rete SBN e non solamente a livello catalografico. Una delle grandi sfide in cui sono impegnate e dovranno impegnarsi sempre di più le biblioteche e gli archivi ha come terreno lo sterminato campo della conservazio­ne digitale. Non è il caso introdurre un tema così com­plesso in questa sede, se non per ricordare che l’ap­proccio cooperativo è essenziale per un programma serio e sostenibile di conservazione della documen­tazione digitale. Il che non vuol dire necessariamente che SBN debba farsi carico anche di questa materia, ma è altrettanto certo che la rete nazionale delle biblio­teche non potrà essere solo spettatrice di tali sviluppi. Ho sentito spesso lamentare l’allontanamento di SBN dai suoi principi fondanti. A mio modo di vedere non c’è niente di male in questo, anzi è un segno di vita­lità rivisitare gli obiettivi del programma alla luce della realtà in evoluzione. E poi, in tempi in cui si pensa di cambiare la carta costituzionale, perché non interro­garsi sulla congruità dei principi di SBN? L’importante è sapere quali nuove esigenze e priorità si vogliono prendere in conto e in che direzione andare. La forza trascinante di SBN risiede nel metodo della coopera­zione, questo sì che è un principio imprescindibile, non perché così hanno voluto gli iniziatori del programma, o perché lo affermano i bibliotecari, ma perché – come sostiene il sociologo – nella società in cui viviamo ba­sata sul lavoro immateriale che implica le interazioni sociali, “la cooperazione è completamente immanente alla stessa attività lavorativa”, e – aggiungerei io – a tutta la sfera della conoscenza umana.