N.1 2015 - L'accesso alla conoscenza

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A metà del guado. L’Open Access tra passato, presente e futuro

Maria Cassella

Università degli studi di Torino, Biblioteca Norberto Bobbio; maria.cassella@gmail.com

Per tutti i siti web l’ultima consultazione è stata effettuata il 7 maggio 2015.

Abstract

A più di dieci anni dalla pubblicazione della Budapest Open Access Initiative (BOAI), l’Open Access (OA) è, ormai, un movimento di idee e di principi maturo. Nonostante i successi ottenuti, restano alcuni nodi da sciogliere. Riguardo alla “via verde” spiccano pochi repository di successo e resta basso il livello di interoperabilità. Inoltre si fa sentire la concorrenza di piattaforme come Academia.edu che aggregano l’interesse delle comunità di ricerca.

Riguardo alla “via aurea” l’attenzione degli stakeholders si sta concentrando sui costi di gestione delle Article Processing Charges e sulla qualità offerta dalle riviste OA. Il panorama dell’editoria OA, infatti, era, e resta, molto difforme. Gli autori devono essere educati nella selezione di quelle riviste OA che offrono una garanzia di qualità e di affidabilità. Gli editori OA devono difendere la qualità di ciò che viene pubblicato adottando una peer review rigorosa e comunicando in modo chiaro e trasparente la propria policy sull’OA.

English abstract

Ten years after the release of the Budapest Open Access Initiative (BOAI), Open Access (OA) has become a consolidated and mature movement of ideas and principles. Despite the fact that manifold successes can be traced, some problems remain to be solved in the OA landscape. Regarding the “green road” few repositories can be defined as successful and the level of interoperability among them is still low. Repositories also suffer for competition with social platforms like Academia.edu that aggregate interests of research communities. Regarding the “gold road”, stakeholders’ attention is now focusing on managing costs of the Article Processing Charges and on the quality offered by OA journals. The panorama of OA is very uneven. Authors should be educated to select those OA journals that guarantee quality and reliability. OA publishers must defend quality of what they publish by adopting a rigorous peer review process as well as clear and transparent OA policies.

A più di dieci anni dalla pubblicazione della Budapest Open Access Initiative (BOAI) l’Open Access (OA) è ormai un movimento di idee e di principi maturo. Non ha ancora raggiunto pienamente il suo obiettivo di un accesso aperto e immediato alla letteratura scienti­fica ma riafferma con le dieci raccomandazioni pub­blicate a corollario della BOAI a settembre 2012 che gli obiettivi espressi dal movimento sono raggiungibili oltre che desiderabili per garantire il progresso scien­tifico e sociale, per accelerare la ricerca, innalzare il grado di istruzione e raggiungere così un livello mai prima realizzato di “bene comune”.

Negli ultimi dieci anni l’Open Access ha conosciu­to una crescita quantitativa innegabile e ben documentata rinnovando il sistema della comunicazio­ne scientifica e i modelli dell’editoria tradizionale (si pensi al fenomeno dei megajournals, inaugurato dalla rivista «PLOS ONE» o di piattaforme alternative di pubblicazione come PeerJ).

Al di là della crescita quantitativa che viene monitorata annualmente in diversi domini dai numerosi sostenitori del movimento, l’OA registra negli ultimissimi anni una maturazione intrinseca e una crescita complessiva e trasversale dei contenuti (si pensi agli Open Data, agli Open Educational Resources e ai più recenti MOOCs) e dei processi. Inoltre, grazie al successo dei social network l’OA si è aperto al sociale in linea con l’inten­sificarsi del rapporto tra scienza e società.

L’OA, per la sua pervasività sociale, è sempre più usato nel mondo per scopi di supporto e aiuto uma­nitario, coinvolgendo persone e culture entro social media e social network agendo come vero e proprio catalizzatore informativo, strumento di informazione e promozione della cultura, in tutte le sue forme e sfaccettature.

Ciononostante alcuni nodi in seno all’OA restano pro­blematici:

  • le comunità di ricerca sottoutilizzano i depositi istituzio­nali mentre privilegiano network di condivisione delle pubblicazioni come Academia.edu o ResearchGate;
  • rispetto alla via aurea (Gold Road) restano nodali:
    1. il tema della qualità e quello strettamente cor­relato della reputazione e della valutazione delle pubblicazioni OA;
    2. la sostenibilità dei modelli economici OA, in modo particolare la gestione delle Article Pro­cessing Charges, che si sta rivelando un’attività in crescita per le università ed è sovente ogget­to di discussione dal momento che le APCS si sono trasformate in un nuovo canale di profitto per gli editori commerciali che le adottano per finanziare la pubblicazione di articoli OA in riviste in abbonamento (non a caso se ne parla come della via rossa).

Questi nodi devono essere analizzati e affrontati per capire in che modo le strategie di chi promuove la crescita dell’OA possano essere correttamente orien­tate negli anni a venire e per garantire un futuro soste­nibile all’editoria OA.

Prima di avviare una riflessione sul presente e sul fu­turo dell’OA approfondiremo la genesi storica e cul­turale del movimento. La nascita dell’OA, infatti, si colloca in un momento di innovazione tecnologica e di profonda trasformazione della comunicazione scientifica ma, come vedremo in seguito, trova i suoi presupposti concettuali nella struttura normativa della scienza e nella funzione dello scienziato che, in modo ormai sempre più consapevole e pervasivo, attraver­so la disseminazione del proprio lavoro recupera un ruolo “sociale”, uscendo dall’ottica autoreferenziale dell’accademia.

Alle origini dell’OA. I principi fondamentali della scienza e la teoria della conoscenza come bene comune

Sotto il profilo strettamente tecnico-pratico il movi­mento OA nasce alla fine degli anni Novanta sotto la spinta delle esigenze delle comunità scientifiche che cercavano una modalità efficace per lo scambio dei preprint in rete: si alimenta grazie alle enormi opportu­nità di diffusione dei contenuti offerte dalla tecnologia digitale – tappe fondamentali sono la nascita di ArXiv, il repository dei fisici per le alte energie, la Santa Fe Convention dalla quale scaturisce l’Open Archives Initiative e il rilascio nel gennaio 2001 del protocollo di interoperabilità OAI-PMH.

 

Il convergere delle sinergie generate da internet (“una nuova tecnologia”) e della digitalizzazione con il sistema della comunicazione scientifica è stato fondamentale per favorire l’emergere dell’accesso aperto. Senza la possibilità di digitalizzare i contenu­ti e diffonderli in maniera immediata e a basso costo su internet, non si sarebbe potuto pensare di favorire un accesso libero e gratuito alla scienza. L’edizione digitale ed internet, pertanto, hanno reso possibile l’applicazione e lo sviluppo di questo modello.

L’avanzamento della tecnologia mette in luce le cri­ticità del circuito tradizionale della comunicazione scientifica: nel mondo digitale, infatti, l’informazione scientifica può essere prodotta in modo sempre più veloce e pubblicata direttamente in rete senza inter­mediazione, i costi di produzione e di pubblicazione si riducono. Ciononostante a partire dalla fine degli anni Novanta, in concomitanza con, e in parte per effetto di, la nascita del Big Deal, i prezzi delle riviste scien­tifiche salgono vertiginosamente. La crisi del prezzo dei periodici scientifici crea barriere alla conoscenza scientifica e mette in luce un grande paradosso: pro­dotta in ambito accademico e largamente finanziata con denaro pubblico, la conoscenza scientifica viene riacquistata a caro prezzo dalle biblioteche. Questo paradosso acuisce agli inizi del Duemila il contrasto tra le comunità scientifiche e l’editoria commerciale. In realtà il contrasto tra le comunità degli studiosi e gli editori commerciali

è precedente all’avvento del digitale, e risale almeno agli anni Sessanta quando, per dirla con Jean-Claude Guédon, questi editori sono riusciti a impossessar­si di quel vero e proprio “eldorado” rappresentato dalle riviste accademiche e di ricerca, dando vita a un “mercato inelastico” in cui la domanda non è determinata dai costi e i costi non sono condizionati dalla domanda.

Alla fine degli anni Novanta la nascita della Scholarly Publishing and Academic Resources Coalition (SPARC) si colloca esattamente in questo contesto. SPARC e, successivamente, SPARC Europe nascono, infatti, allo scopo di introdurre la competizione, di favorire il cambiamento e di promuovere strategie alternative nel mercato dell’editoria scientifica.

Sempre la tecnologia, evolvendosi, diventa un po­tente alleato degli editori commerciali: infatti, da un lato internet democratizza la conoscenza; dall’altro «le stesse tecnologie che consentono un accesso il­limitato a risorse condivise al contempo le recintano e, dunque, limitano le opzioni informative e il libero flusso delle idee».

Si tratta di limiti intenzionali – quelli voluti e, in gran parte adottati, dagli editori a mezzo dell’utilizzo dei Digital Rights Management (DRM) o delle licenze di uso per limitare l’accesso alle risorse – ma anche non intenzionali: si pensi, ad esempio, al dibattuto tema del digital divide sociale e generazionale.

Sotto il profilo concettuale l’idea di accesso aperto alla conoscenza si fonda sui principi etici fondamen­tali della scienza individuati negli anni Settanta dal so­ciologo statunitense Robert K. Merton e sulla teoria della conoscenza come bene comune.

Secondo la teoria di Merton quattro sono i principi fondanti la scienza moderna: universalismo, comu­nismo o comunitarismo, disinteresse, scetticismo organizzato.

Tali imperativi etici universali sono alla base del pa­radigma dell’Open che prende le mosse agli inizi de­gli anni Novanta dalle prime esperienze di software libero: «Vediamo come questi quattro imperativi si ri­velino in modo sorprendentemente adeguato pilastri fondamentali e caratteristici dei processi di sviluppo del software libero».

Il comunitarismo è il principio che maggiormente si avvicina agli ideali dell’accesso aperto. Infatti: «La scienza è un prodotto collettivo e la sua proprietà è un patrimonio comune»: l’idea della conoscenza come bene comune è stata rivalutata dall’opera del premio Nobel per l’Economia Elinor Ostrom. I beni comuni sono risorse di uso collettivo. La loro caratteristica è di essere non escludibili e non rivali. La conoscenza è un bene comune per eccellenza. A differenza di molti beni comuni materiali, infatti, la conoscenza è anche un bene inesauribile. L’ampia diffusione e dissemina­zione del sapere non esaurisce mai il bene ma contri­buisce a valorizzarlo: «Le idee non si consumano ad essere pensate e divulgate; si esauriscono, piuttosto, se vengono tenute nascoste e censurate – per motivi politici o anche economici».

L’idea della conoscenza come bene comune si è poi consolidata e ha avuto una formalizzazione legale grazie a quel gruppo di giuristi statunitensi che nel 2001 ha ideato il sistema di licenze aperte Creative Commons.

Le licenze aperte si collocano in una terra di mezzo: in modo armonico ed efficace tutelano il riconosci­mento della proprietà intellettuale (CC-BY) e con­sentono di cedere a terzi alcuni diritti. Un’apposita licenza (CC0) è, invece, dedicata al pubblico domi­nio. Quest’ultimo diventa, nella moderna accezione e interpretazione del progetto Communia: «A very substantial element of attraction to aggregate social forces devoted to promoting public access to culture and knowledge». Grazie all’adozione delle licenze aperte la conoscenza può essere distribuita e legal­mente riutilizzata in rete.

L’idea di “apertura” (openness) è, pertanto, radicata nei principi della scienza. La vera sfida dell’accesso aperto consiste nel corretto bilanciamento di due aspetti:

  • il rispetto delle dinamiche di condivisione dei risultati della ricerca secondo le differenti prassi delle comu­nità scientifiche;
  • la necessità di rinnovare i processi e i modelli, an­cora fortemente autoreferenziali, della comunica­zione scientifica. Si tratta di un cambiamento cultu­rale. Gli strumenti del web sociale e la rivalutazio­ne del concetto di “Terza missione” dell’università stanno facilitando la diffusione delle pratiche open e dell’idea di scienza aperta. Ma la strada da per­correre è ancora lunga.

La via verde: tra luci e ombre

Alla data di aprile 2015 l’analisi della via verde (Green Road) mette in evidenza l’esistenza di 2.849 reposito­ry, almeno secondo l’indice mantenuto da OpenDOAR. Contengono prevalentemente articoli di ricerca, quin­di tesi e dissertazioni, libri, capitoli di libro, letteratura grigia, materiale multimediale e audiovisivo ecc.

Alcuni di questi archivi possono essere definiti di suc­cesso. Si tratta per lo più di archivi disciplinari come SSRN per le scienze sociali, PubMed Central e Europe PubMed Central per la medicina, ArXiv per la fisica e la matematica, InSPIRE il repository per la fisica delle alte energie mantenuto dal CERN, RePec per l’economia. Quest’ultimo repository ha raggiunto nel 2011 il ragguardevole traguardo di un milione di contributi ad accesso aperto. Di successo sono anche i repository di grandi e prestigiose universi­tà o centri di ricerca: il CERN Document Server, il NASA Technical Reports Center, il MIT Institutional repository.

La via verde è di gran lunga la più sostenibile sotto il profilo economico. Uno studio recentemente con­dotto nel Regno Unito dal Research Consulting ha messo in evidenza come i costi amministrativi di un articolo archiviato in un repository siano pari a 33 sterline, mentre i costi per la pubblicazione di un ar­ticolo secondo il modello APC siano pari a 81 ster­line. Questi costi dovrebbero diminuire man mano che aumenterà il materiale archiviato nei repository. In Italia ad aprile 2015 sono operativi 74 archivi isti­tuzionali e nella ROARMAP (Registry of Open Ac­cess Repositories Mandatory Archiving Policies) sono registrate 44 policy a sostegno dell’archiviazione.

Il problema principale della via verde resta, tuttavia, quello di arricchire di contenuti scientifici i repository. L’adozione di policy a favore dell’archiviazione è un passaggio obbligato per incrementare l’attività di ar­chiviazione.

Recentemente uno studio realizzato nell’ambito del progetto europeo PASTEUR4OA (Open Access Policy Alignment Strategies for European Union Research) – programma di ricerca finanziato dalla Commissione Europea per la durata di trenta mesi allo scopo di pro­muovere l’armonizzazione delle policy Open Access in Europa – ha dimostrato l’efficacia delle policy “mandatarie”, anche se la percentuale di materiale scientifico archiviato ad accesso aperto resta non elevata: «Deposit of Open Access material was over four times as high (14%) for institutions with a man­datory policy than for those without (3%)».

Lo studio ha, inoltre, riscontrato una correlazione po­sitiva tra il tasso di archiviazione e due specifici criteri adottati nelle policy: “obbligo di deposito” e “non può derogare al deposito”.

Gli archivi istituzionali non sostenuti da una policy sono ricchi di metadati ma i contenuti full-text continuano a essere pochi: più dei tre quarti degli articoli pubblicati non sono depositati, il 12% viene depositato in full-text, per un 8% degli articoli vengono inseriti solo i metadati e il 3% viene depositato ad accesso ristretto. D’altro canto, soprattutto nell’ambito delle scienze umane, si registra, invece, il successo di piattaforme digitali come Academia.edu o ResearchGate.

Si pone con chiarezza il tema del ruolo di queste nuove piattaforme di condivisione “informale” dei contenuti. Quanto possono essere considerate ac­cademiche? Sono un’opportunità o una sfida per chi intende perseguire le finalità dell’accesso aperto alla conoscenza? Sono destinate a durare nel tempo? Al momento possiamo solo cercare di indagare le moti­vazioni che spingono i ricercatori, e in modo partico­lare i giovani ricercatori, a condividere il proprio lavoro su piattaforme “social” come Academia. Ci sono, ve­rosimilmente, diversi motivi che, concatenandosi tra loro, spiegano una scelta di questo tipo. Un fattore di traino è il successo indiscusso degli strumenti del web sociale. A questo si aggiungono: l’estrema sem­plicità di utilizzo delle piattaforme “social” e l’oppor­tunità di rivolgersi a una community molto ampia che condivide i propri interessi. Da ultimo, e soprattutto in Italia, non è difficile riscontrare nelle comunità di ricer­ca uno scarso senso di affiliazione verso l’istituzione di appartenenza. Uno svantaggio per i repository che hanno una forte connotazione istituzionale e sono ge­stiti a livello centrale dai sistemi bibliotecari di ateneo. La necessità di accrescere la propria visibilità in un mondo nel quale l’attenzione è scarsa e i contenuti si moltiplicano all’infinito spinge, quindi, i ricercatori a utilizzare massicciamente le piattaforme di tipo social, in grado di aggregare i contenuti e, intorno a questi, l’interesse delle comunità di ricerca.

Gli archivi istituzionali, invece, per quanto fondati su protocolli di interoperabilità (OAI-PMH, SWORD) sono tra loro poco interoperabili, spesso per un problema di scarsa qualità dei metadati e per la mancanza di linee guida relative alle modalità di esposizione del contenuto dei repository. L’aggiunta di nuovi con­tenuti in rete (datasets, learning objects, materiale multimediale) sta acuendo questo problema. L’interoperabilità è, inoltre, vie più necessaria in quanto i re­pository disciplinari o istituzionali sono ormai solo un tassello della complessa infrastruttura atta a sostenere l’e-science. Nonostante i passi in avanti compiuti dalla tecnologia, pochi repository hanno sviluppato funzionalità avanzate come, ad esempio, la possibili­tà di aggregare metriche alternative (altmetrics), i feed RSS/Atom o strumenti di text e data-mining; per quanto nati come strumenti di innovazione tecnologi­ca, nella maggior parte dei casi i repository sembrano appartenere ancora al modello di Scienza 1.0 e non essersi ancora evoluti nella direzione della Scienza 2.0. Pochi archivi istituzionali si sono concentrati nella pro­mozione e nello sviluppo di quello che è, innegabil­mente, uno dei loro punti di forza e cioè la conserva­zione a lungo termine, la stabilità che viene garantita alle risorse digitali archiviate.

Pochi hanno cercato di sviluppare sinergie adottando un modello consortile (ad esempio The White Rose Con­sortium E-Thesis repository delle università di Leeds, Sheffield e York) o si sono orientati verso una dimen­sione regionale per rendersi sostenibili e adottare una visione strategica condivisa. A livello internazionale è utile ricordare l’attività della confederazione COAR (Confederation of Open Access Repositories), che ha dato vita a un network di repository per lo sviluppo di politiche comuni e il miglioramento dell’interoperabilità in rete.

Le pubblicazioni OA: qualità e sostenibilità della via aurea

La qualità è diventata di recente un argomento varia­mente dibattuto nel mondo dell’Open Access ed è, di fatto, un tema molto sentito nel mondo accademico soggetto a severi e ripetuti meccanismi di valutazione. Resta, a mio avviso, insieme al tema dei diritti, uno dei nodi fondamentali per lo sviluppo del modello Open Access.

Come si declina il concetto di qualità nel dominio del­le pubblicazioni Open Access? Esattamente come si declina nel mondo tradizionale, quello della carta e del mercato editoriale scientifico, e cioè attraverso il filtro della revisione tra pari (peer review). Infatti, l’ac­cesso aperto elimina le barriere di prezzi e diritti ma conserva, pena la marginalizzazione, i meccanismi di validazione propri dell’editoria scientifica.

La maggior parte delle riviste OA sono peer-reviewed. Sono peer-reviewed tutte le riviste indicizzate dalla DOAJ (10.416 riviste OA ad aprile 2015), lo sono le ri­viste OA indicizzate da Scopus e dal Web of Science. Il loro numero è in crescita costante: Scopus indicizzava nel 2014 ben 2.800 titoli OA, mentre nel 2013 la Core Collection del Web of Science conteneva 1.234 titoli OA. Pertanto

l’accesso aperto non sostituisce, né elude né elimi­na i meccanismi di apporto della qualità già stabiliti per la produzione scientifica, vale a dire, che non mette in discussione il sistema di revisione degli esperti, che sta alla base della stessa comunicazio­ne scientifica.

Anzi: l’accesso aperto è un modello di disseminazione della conoscenza estremamente flessibile, consente di innovare i meccanismi di peer review, di adottare metodi alternativi di revisione tra pari come quello dell’open peer review e del social peer review ovvero, come scrive Peter Suber, «open access is compatible with every kind of peer review, from the most traditional and conservative to the most networked and innovative». Proprio grazie alle riviste ad accesso aperto si stanno mettendo a punto metodologie e metriche alternative per la revisione e valutazione delle pubblicazioni. Mol­tissime riviste del pacchetto Biomed Central adottano un processo di revisione trasparente rendendo noti i tempi e i nomi dei revisori; tra le riviste pioniere nella pratica della social peer review, intesa come il siste­ma di revisione aperto ai commenti della rete, la rivista OA: Atmospheric chemistry and physics.

Qual è allora il vero nodo da affrontare in relazione al tema della qualità del modello OA? Nel settore scienti­fico, tecnico e medico l’editoria OA è costretta a con­frontarsi con il tema dei cosiddetti “editori predatori”, mentre nel segmento delle scienze umane e sociali l’OA è costretto a confrontarsi con il problema della reputazione e della funzionalità delle piattaforme digi­tali istituzionali.

In ambito biomedico alcune riviste OA sono fortemen­te reputate, sono pubblicate da editori ormai consoli­dati (PLOS, Biomed Central) e hanno raggiunto in po­chi anni un IF elevato. L’OA ha guadagnato un suo spazio nel panorama editoriale accademico ma non ha scardinato l’editoria scientifica tradizionale: le rivi­ste commerciali continuano a moltiplicarsi, il mercato editoriale non conosce flessioni, i meccanismi degli esercizi di valutazione della ricerca sono tali da pre­miare ancora chi pubblica su riviste con un IF elevato. Nel settore scientifico, tecnico, medico il problema della qualità delle riviste OA si è posto prima in rela­zione alla pubblicazione nel 2013 della lista di “editori predatori” curata da Jeffrey Beall, professore asso- ciato all’Università di Colorado a Denver. Beall elen­ca editori di dubbia reputazione e discutibili “perio­dici indipendenti”. Più di recente il comportamento di alcuni editori Open Access è stato stigmatizzato dall’esperimento del biologo e giornalista scientifico John Bohannon, che ha svelato come 157 riviste peer-reviewed ad accesso aperto avevano accettato per la pubblicazione un suo falso articolo.

Gli editori OA hanno reagito prontamente. L’Open Access Scholarly Publishing Association (OASPA), l’associazione nata nel 2008 che aggrega i principali editori OA, ha adottato un suo Codice di Condotta e una lunga serie di Membership Criteria, tra i quali:

  • la periodicità deve essere dichiarata, i tempi di pub­blicazione rispettati;
  • il sito web deve riportare i nomi dei contatti, del di­rettore e del comitato scientifico;
  • istruzioni chiare e ben dettagliate per gli autori sono visibili sul sito. Sul sito deve essere dettagliata la policy Open Access dell’editore e le fees richieste per la pubblicazione;
  • tutti gli articoli devono essere sottoposti a peer review;
  • deve essere chiaramente espressa la policy adotta­ta relativa alle licenze.

Un altro strumento utile a certificare la qualità dei contenuti di una rivista è il Codice di condotta per i curatori di riviste redatto da COPE (Committee on Publication Ethics). COPE è un’iniziativa nata nel 1997 per volontà di un piccolo gruppo di riviste bio­mediche allo scopo di diffondere un comportamento etico tra gli editori scientifici.

Fornisce consulenza alle riviste sui casi di plagio e di cat­tiva condotta degli autori, pubblica il Codice di condot­ta per i curatori di riviste (Code of Conduct for Journal Editors), finanzia studi di ricerca sull’etica editoriale.

Numerose riviste OA sono affiliate a COPE.

Anche la comunità bibliotecaria accademica può svolgere un ruolo attivo nel comunicare e promuovere le riviste OA più solide e reputate.

Così la Grand Valley State University Library ha redat­to un set di indicatori per la valutazione delle riviste ad accesso aperto. Sono considerati indicatori posi­tivi: il DOI e l’ISSN, essere membri di OASPA, essere indicizzati dalla Directory of Open Access Journals (DOAJ) e da banche dati commerciali.

Nel settore delle scienze umane e sociali (Humanities and Social Sciences) i finanziamenti alla ricerca sono di gran lunga inferiori al settore STM, gli autori coltivano pochi rapporti internazionali e prediligono scrivere nel­la lingua nazionale: la maggior parte dell’editoria OA è sostenuta dalle università. Il tema che sta emergendo in modo problematico è quello della scarsa attrattivi­tà delle piattaforme di pubblicazione – istituzionali e non – che raccolgono la gran parte delle riviste OA del segmento HSS. Le riviste ad accesso aperto pub­blicate su piattaforme istituzionali sono poco curate nella veste editoriale, soffrono per la multidisciplinarietà dei contenuti ospitati e per l’assenza di un marchio editoriale, salvo il caso in cui si sviluppi una vera e propria university press. In assenza di un brand for­te le riviste OA pubblicate su piattaforme istituzionali, in modo particolare quelle di recente pubblicazione, non riescono ad avvantaggiarsi dell’effetto di ritorno, o se si preferisce di “lunga coda”, del quale, invece, sembrano beneficiare le riviste commerciali pubblica­te su piattaforme editoriali e facenti parte di pacchetti preconfezionati e non segmentabili, secondo la logica perversa e consolidata del Big Deal.

La qualità è un tema da affrontare anche per la via ver­de. Sovente i repository sono considerati silos di ma­teriale scientificamente poco rilevante. Concretamen­te, come abbiamo scritto in precedenza, contengono materiale molto eterogeneo, in prevalenza articoli sia nella versione di preprint che di postprint. A tal pro­posito vale la pena ricordare che tutti i repository adot­tano policy per la creazione e il mantenimento delle collezioni. Inoltre è una prassi diffusa tra gli autori quella di indicare chiaramente quale versione di un articolo vie­ne depositata (preprint o postprint). Ciò che sembra inevitabile è la proliferazione in rete di più versioni di uno stesso articolo. La diffusione di un sistema di identifica­tivi persistenti per gli autori come ORCID consentirà di ricondurre in modo univoco ad ogni autore i prodotti della propria ricerca: articoli, dataset, media, citazioni, esperimenti, brevetti ecc., facilitando la tracciabilità nel tempo delle diverse versioni di un lavoro.

Concludendo, la qualità è un nodo estremamente com­plesso per i processi della comunicazione scientifica, è significativa per gli autori, per gli editori (commerciali e OA) e per i lettori. L’OA nelle sue molteplici sfaccettatu­re può svolgere un ruolo significativo per elevare il livello della qualità delle pubblicazioni scientifiche; le comunità di ricerca, le associazioni professionali, i ricercatori, gli enti finanziatori della ricerca, le biblioteche dovranno la­vorare in sinergia per garantire il mantenimento di stan­dard di qualità di ciò che viene pubblicato in rete. Un ecosistema della qualità che potrà servirsi anche degli strumenti del web sociale quali, ad esempio, Journalysis, F1000 Research o JournalGuide.

Nella via aurea sta emergendo un secondo tema im­pellente: quello della sostenibilità economica delle cosiddette Article Processing Charges (APCs), richie­ste da una parte del mondo editoriale Open Access come contributo per la pubblicazione dell’articolo e, più di recente, anche delle monografie di ricerca.

Il tema è divenuto di grande attualità dopo la pub­blicazione in Gran Bretagna nel 2012 del cosiddetto Finch Report, studio realizzato dal Working Group on Expanding Access to Published Research Findings, coordinato da Dame Janet Finch. Lo studio rac­comandava una strategia nazionale per sostenere la pubblicazione in riviste Open Access o in riviste ibri­de (riviste in abbonamento che offrono la possibilità di pubblicare articoli ad accesso aperto pagando delle fees: la cosiddetta via rossa), attraverso il finanziamen­to delle APCs e il sostegno degli enti finanziatori della ricerca. Nella fattispecie in Gran Bretagna: il Wellcome Trust e i Research Councils UK.

In realtà non tutte le riviste ad accesso aperto richie­dono il pagamento di un contributo per la pubblicazio­ne degli articoli, ma il mercato delle APCs è in rapida crescita: cresce, infatti, annualmente del 30% secondo uno studio di Björk e Solomon. Attualmente il 13% degli articoli pubblicati è finanziato a mezzo delle APCs; il costo medio per ogni articolo pubblicato è di 1.282 euro. Crescono parallelamente le quote di bilancio dedicate dalle biblioteche al sostegno della via aurea:

Secondo alcuni studi la quota di bilancio destinata all’OA Gold si sta ingrandendo progressivamente a spese degli abbonamenti: una tendenza che inizia nel 2010 e che nel 2013 è stimata tra il 14-19% della letteratura scientifica, per proiettarsi nel 2020 verso valori oscillanti tra il 40% e il 90%.

Problemi stanno emergendo anche in relazione ai co­sti di gestione amministrativa delle APCs, soprattutto nelle università che svolgono una massiccia attività di ricerca. La situazione è complicata dal fatto che le biblioteche continuano a sostenere i costi finanziari e gestionali degli abbonamenti. Servirebbe un cambio di paradigma per l’editoria scientifica, un’azione siner­gica dei diversi stakeholders dell’accesso aperto per spostare parte dei fondi delle biblioteche e dei finan­ziamenti per la ricerca dagli abbonamenti correnti ai modelli economici alternativi dell’editoria OA.

The final breakthrough to a comprehensive open access publishing system cannot be achieved unless library acquisition budgets are re-purposed so as to consolidate the system’s two current streams into a single undertaking […]. The next and final round in the evolution to a 21st century publications system must be the transformation of the existing subscription journals to a purely open access model.

Il caso di SCOAP3 è emblematico anche se resta, al momento, un modello non facilmente esportabile al di fuori del settore della fisica per le alte energie. Di recente la Royal Society of Chemistry ha lanciato il programma Gold for Gold concedendo alle istituzioni che sottoscri­vono il pacchetto RSC dei voucher per la pubblicazio­ne di articoli ad accesso aperto. Anche l’esperienza di Knowledge Unlatched, un network di biblioteche che sostiene la pubblicazione delle monografie di ricerca appare come un modello innovativo di finanziamento dell’accesso aperto. Il passaggio da un modello edito­riale commerciale a un modello OA nelle sue molteplici sfaccettature restituirà agli autori anche la libertà di scel­ta editoriale che, al momento, è condizionata dall’offerta di APCs e dalla disponibilità di fondi per pagarle.

Il futuro: l’OA e la Terza missione

In tempi recenti è stata rivalutata l’idea della Terza missione dell’università. La Terza missione è la missione culturale. Le funzioni dell’università sono, infatti, molteplici e non si esauriscono con l’insegna­mento e la ricerca prodotta ai massimi livelli. La dis­seminazione e valorizzazione dei risultati della ricerca e il loro impatto sulla società contribuiscono al be­nessere economico e sociale del Paese.

In Horizon 2020 così come negli esercizi di valutazio­ne della ricerca l’impatto della ricerca sulla società (public engagement) è diventato un parametro es­senziale per la valutazione dei progetti e dei risultati ottenuti. Tanto più ampio è il raggio di azione dell’ac­cesso aperto, tanto più grande sarà l’impatto della scienza sulla società.

L’accesso aperto diventa lo strumento essenziale per rinsaldare la relazione tra scienza e società e rafforzare la fiducia della società nella ricerca scientifica. In tal modo l’università insegue la sua Terza missione

consistente nel costruire una società migliore il cui progresso non sia solamente identificato con l’au­mento del PIL (come da più parti ormai si avverte la necessità) e i cui cittadini siano forniti degli strumenti concettuali e critici non solo per giudicare dei fini del­la scienza e dello sviluppo, ma anche per costruire una società più democratica, partecipata e solidale.