N.1 2019 - Valutare la biblioteca

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Misurare, valutare, raccontare le biblioteche italiane oggi, guardando ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs)

Chiara Faggiolani

Dipartimento di Lettere e culture moderne, Sapienza Università di Roma; chiara.faggiolani@uniroma1.it

Abstract

L’articolo presenta una panoramica dei lavori in corso dell’autrice sui temi della valutazione dei servizi bibliotecari e in generale della ricerca applicata in biblioteca. In particolare viene preso in esame il ruolo delle attività di valutazione in relazione ai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs) dell’Agenda 2030, che riconosce all’accesso all’informazione una assoluta centralità. È a questo che le biblioteche del mondo hanno cominciato a guardare anche grazie alla spinta delle associazioni professionali. In particolare si mette in evidenza il lavoro di IFLA e quello che AIB sta svolgendo in sinergia con Asvis.

L’articolo descrive le attività della prima indagine Istat sulle biblioteche italiane, in linea con la realizzazione di un sistema informativo integrato degli istituti e dei luoghi della cultura, che vede nell’aggiornamento e nella pulizia dell’Anagrafe delle biblioteche dell’ICCU il punto di partenza. Si prende poi in esame il ruolo dei metodi narrativi per la misurazione in particolare dell’impatto sociale delle biblioteche e si delinea una traccia di lavoro per il futuro.

English abstract

The article presents an overview of the author’s work about evaluation of library services and applied research in library. In particular, the article examines the role of evaluation activities in relation to the 17 Sustainable Development Goals – SDGs of the 2030 Agenda. Libraries are key institutions: access to information is essential in achieving the SDGs. About this, the article highlights the work of IFLA and what AIB is doing in synergy with the Italian Alliance for Sustainable Development (Asvis).

The article describes the activities of the first survey on Italian libraries by Istat, in line with the creation of an information system for libraries, starting from the ICCU register of Italian libraries.

The article examines the role of narrative methods and qualitative research for measuring the social impact of libraries. Finally, it presents some conclusive considerations regarding the future of evaluation of library services and applied research in library.

Forse l’immobilità delle cose intorno a noi è loro imposta dalla nostra certezza che sono esse e non altre, dall’immobilità del nostro pensiero nei loro confronti.

Marcel Proust

Premessa

In questa riflessione sulle attività di ricerca applicata per le biblioteche, che ha l’obiettivo di presentare una panoramica dei miei lavori in corso sul tema, userò una metafora a mio avviso potente: la relazione che c’è tra l’altezza alla quale siamo e la possibilità che essa ci offre di vedere l’orizzonte. La metafora è suggestiva. Nel bellissimo film L’attimo fuggente il prof. Keating, interpretato da Robin Williams, salendo sulla cattedra chiede ai suoi ragazzi «Perché sono salito quassù, chi indovina?». Alla risposta di uno dei suoi allievi: «Per sentirsi alto», Keating risponde: «Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse e il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinto? Venite a vedere voi stessi». La relazione tra orizzonte e altezza è regolata da una proporzione matematica: pare, ad esempio, che una formica che si alzi di 2 millimetri sulla superficie di un pallone da calcio possa arrivare a estendere il suo sguardo di circa 2 cm intorno e che un uomo alto 1,70 m in piedi sul livello del mare possa vedere l’orizzonte a una distanza di 4,7 km. Infine, dalla vetta del Gran Sasso (2.912 m) l’orizzonte è distante circa 193 km. Da lì si vede anche il mare.

Le attività di “ricerca applicata” per le biblioteche – formula ampia che include le attività di misurazione e valutazione dei servizi – producono dati e informazioni che come piccoli mattoni possono permetterci di realizzare una casa a più piani che, man mano che si sale in altezza, ci rende capaci di guardare lontano.

Uscendo dalla metafora, ciò che dobbiamo adoperarci a costruire è un sistema informativo per le biblioteche italiane che possa supportare in modo efficace la programmazione delle politiche culturali.

Utile da subito porre l’attenzione sul fatto che questo obiettivo così ambizioso ha un impatto che va ben oltre il campo della biblioteconomia, investendo il tema della valutazione delle politiche pubbliche in generale e, come si vedrà, dello sviluppo sostenibile. Ma è dalla biblioteconomia che si deve partire, perché se vogliamo realizzare questo obiettivo è necessario riconoscere e prendere in esame due difficoltà (o limiti) che – queste sì – riguardano il nostro settore e la nostra disciplina:

  • uno scarto profondo tra la riflessione teorica che dagli anni Ottanta-Novanta del secolo scorso ha prodotto strumenti per la valutazione della performance e la non omogenea e capillare diffusione delle stesse nella pratica delle attività di monitoraggio nelle biblioteche italiane;
  • il rischio di realizzare un sistema valutativo e informativo che produca dati e indicatori comprensibili solo agli addetti ai lavori, che non sia capace di dialogare con il mondo esterno e di comunicare il “valore” della biblioteca contemporanea in linea con i “valori condivisi” e lo spirito del tempo in cui viviamo.

È proprio dall’esplicitare quest’ultima difficoltà che cominciamo la nostra riflessione. 

L’impatto in atto e in potenza: ciò che misuriamo e ciò che desideriamo misurare

Quando si parla di misurare l’“impatto” di una biblioteca il rischio dell’equivoco e della confusione può essere alto. In effetti, di impatti ne abbiamo almeno due: 1) quello che viene misurato dai bibliotecari nelle attività di rendicontazione della performance che annualmente di norma vengono svolte. Un impatto “in atto”; 2) quello oggetto di attenzione da parte della teoria biblioteconomica, sul quale la letteratura del nostro settore si è concentrata negli ultimi anni. Un impatto “in potenza”. Proviamo a fare chiarezza.

Il primo, l’impatto in atto, è un indicatore definito come: «la percentuale degli iscritti al prestito sul totale della popolazione». Questo indicatore serve a «verificare l’impatto della biblioteca sui suoi utenti potenziali, cioè il suo radicamento nel territorio di riferimento» ed è uno dei dati che «può aiutare la biblioteca a farsi ascoltare e a far comprendere le proprie necessità». Sottinteso: dagli amministratori, dagli stakeholder in generale.

È così che viene definito e presentato nelle già citate Linee guida per la valutazione delle biblioteche pubbliche italiane, che sono ancora oggi un punto di riferimento nell’ambito delle attività di misurazione e valutazione. Le linee guida sono state pubblicate dall’Associazione italiana biblioteche nel 2000 e – vale la pena ricordarlo – erano il frutto di un lavoro cominciato nei primi anni Novanta dal Gruppo di lavoro Gestione e valutazione dell’AIB. In quegli anni il ruolo delle biblioteche, la loro mission e la loro identità erano sicuramente più saldi, espliciti e condivisi di oggi. Non è un caso che il 60. Congresso nazionale dell’AIB, che si è tenuto a Roma il 22 e 23 novembre 2018, ha avuto come titolo: “Che cos’è una biblioteca?” e che il convegno delle Stelline che si è tenuto a Milano il 14 e il 15 marzo 2019 ha avuto come titolo “La biblioteca che cresce. Contenuti e servizi tra frammentazione e integrazione”. Evidentemente il tema dell’identità è all’ordine del giorno.

Se vogliamo una “evidenza” di questa osservazione che travalichi i confini del nostro settore e che abbia il sapore dell’“oggettività” e della “neutralità” non c’è niente di più efficace che dare un’occhiata ai dati statistici e in particolare a come le biblioteche sono state studiate dall’Istat negli ultimi vent’anni. Nelle Fig. 1-2 sono rappresentate rispettivamente le attività che Istat “ipotizzava” potessero essere svolte in biblioteca nell’anno 2000 e nell’anno 2015. Non entrando per adesso nei risultati e soffermandoci ancora un attimo sugli strumenti di rilevazione, le differenze osservate sulla quantità delle risposte proposte – che passano da 7 a 14 – e sul loro contenuto consentono di poter affermare che oggi si condivide una idea che allarga il raggio d’azione delle biblioteche dalla sfera strettamente informativa e culturale a quella formativa e sociale. 

Figura 1 Focus sulla domanda relativa alle motivazioni per cui si frequenta la biblioteca. Indagine statistica multi-scopo sulle famiglie I cittadini e il tempo libero (anno 2000)
Figura 2 Focus sulla domanda relativa alle motivazioni per cui si frequenta la biblioteca. Indagine statistica multi-scopo sulle famiglie I cittadini e il tempo libero (anno 2015)

Se vogliamo soddisfare la curiosità di sapere che cosa fanno le persone in biblioteca, dando un’occhiata anche ai risultati scopriremo che il 43% degli utenti usufruisce dei servizi tradizionali – tra questi il prestito – ma che c’è un 57% di persone che frequenta le biblioteche per altre ragioni meno specifiche, meno immediatamente riconducibili alla loro mission tradizionale, ad esempio: assistere alla presentazione di un libro, partecipare a una conferenza, avere aiuto nel fare i compiti o nel compilare modulistica di vario genere, partecipare a lezioni e corsi, navigare su Internet, incontrare gli amici.

Possiamo non essere d’accordo con l’idea di una biblioteca che faccia così tante cose insieme: che ci piaccia o no questo uso così variegato ci offre una indicazione precisa che ci porta – o almeno dovrebbe – a ragionamenti che hanno a che vedere con la formazione dei bibliotecari, con le competenze che hanno bisogno di maturare, con la comunicazione delle biblioteche ecc. Continuare un confronto tutto introiettato sull’identità della biblioteca senza considerare questo genere di evidenze risulterebbe piuttosto sterile.

L’indicatore d’impatto che misuriamo, descritto nelle prime righe di questo paragrafo, lascia, dunque, scoperte diverse aree di attività e si converrà che la sua capacità di esprimere il valore delle biblioteche è meno potente di un tempo. Non sono sicura che esso oggi possa davvero «aiutare la biblioteca a farsi ascoltare e a far comprendere le proprie necessità», specialmente in un momento in cui è in rete che si sta spostando pesantemente la fruizione dei servizi culturali.

È sulla scia di questa profonda trasformazione che si è sviluppata anche in Italia negli ultimi dieci anni una riflessione sul secondo tipo di impatto, quello “in potenza”. L’impatto che desideriamo misurare. Esso non più inteso come numero di prestiti, ma come “cambiamento nella vita delle persone”. È cambiata sostanzialmente la domanda alla quale sentiamo di voler rispondere. Essa suona più o meno così: tutte quelle attività, così diverse, che le persone svolgono in biblioteca migliorano o no la qualità della loro vita?

Per adesso sembra molto difficile, sentiamo di non avere gli strumenti, sentiamo di non sapere da dove cominciare, non sappiamo neanche bene in che cosa si espliciti davvero quel cambiamento auspicato. Vorremmo alzarci per guardare lontano ma la nostra casa non solo non è abbastanza alta, ma non abbiamo ancora neanche i mattoni necessari per costruire delle fondamenta stabili e soprattutto non abbiamo chiaro in che direzione costruirla e dove guardare.

Il nuovo orizzonte della sostenibilità: la collaborazione dell’AIB con Asvis

Dobbiamo, dunque, partire da qui: dobbiamo sapere dove guardare per costruire la casa. È in questo passaggio che intercettiamo il nostro “nuovo” orizzonte di riferimento, quello indispensabile a dare un senso all’impatto che vogliamo misurare, quello capace di rendere conto del valore delle biblioteche, un valore non monetario o economico – ben inteso – ma un valore sociale che vediamo e tocchiamo con mano a volte, sempre molto difficile da quantificare.

Questa idea è del tutto in linea con una visione che da anni si sta facendo strada, sostenuta da molti studiosi appartenenti alla schiera dei cosiddetti “economisti umanisti” che da tempo lavorano a una ridefinizione dei concetti di benessere e ricchezza da una parte e di sostenibilità dall’altra, non più riconducibili soltanto ai tradizionali indicatori della disponibilità di beni materiali i primi e non solo riconducibile alla dimensione ambientale la seconda.

Diverse sono state le tappe salienti di questo percorso, che a partire dagli anni Settanta ha avuto come punto di arrivo la data cruciale del 25 settembre 2015, giorno in cui le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda globale per lo sviluppo sostenibile e i relativi 17 obiettivi (Sustainable Development Goals – SDGs nell’acronimo inglese), articolati in 169 target da raggiungere entro il 2030. Come messo in evidenza anche in molti documenti ufficiali, si tratta di un evento storico per almeno tre motivi:

  1. il primo è legato al suo valore simbolico: si esprime in questo documento un giudizio chiaro sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. Per molto tempo la gran parte delle persone hanno affrontato il problema della sostenibilità come un tema legato alle questioni di carattere ambientale. Questo è stato un errore concettuale che ha avuto pericolose ricadute sulle politiche economiche e sociali nel mondo.
  2. il secondo motivo è la condivisione del progetto: tutti i paesi sono chiamati a contribuire allo sforzo di portare il mondo su un sentiero sostenibile, senza distinzione tra Paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo. Il principio fondamentale è ben sintetizzato dalla formula “no one left behind”.
  3. il terzo motivo è il coinvolgimento: tutte le componenti della società, dalle imprese al settore pubblico, dalla società civile alle istituzioni filantropiche, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura sono chiamati a partecipare. Anche le biblioteche.

È in questo contesto che diventa centrale il ruolo riconosciuto ai dati, alla valutazione. Per l’Italia l’Istat a partire dal dicembre 2016 rende disponibili con cadenza semestrale molti indicatori su una piattaforma informativa dedicata agli SDGs e dal 2018 anche un Rapporto SDGs che descrive i processi che hanno condotto alla scelta degli indicatori, una loro descrizione puntuale e una prima analisi delle tendenze temporali e delle interrelazioni esistenti tra i diversi fenomeni.

Questi due strumenti sono fondamentali non solo per capire a che punto il nostro Paese si stia collocando nella strada verso lo sviluppo sostenibile, ma anche per condividere con tutta la comunità scientifica una strada di ricerca comune.

È a questo che le biblioteche del mondo hanno cominciato a guardare anche grazie alla spinta delle associazioni professionali. IFLA per esempio sta facendo un lavoro importante sin dal 2016, subito dopo la firma dell’Agenda. Il documento Libraries can drive progress across the entire UN 2030 Agenda sintetizza in maniera chiara il contributo delle biblioteche per ciascuno dei 17 obiettivi. Altro strumento importante è l’International Advocacy Programme (IAP), un programma di rafforzamento delle capacità, il cui compito è promuovere e sostenere il ruolo che le biblioteche possono svolgere nella pianificazione e attuazione dell’Agenda 2030 e degli SDG. Nel 2017 inoltre è stato messo a punto il rapporto DA2I Development and Access to Information, che ha lo scopo di dimostrare come l’accesso all’informazione e i servizi offerti dalle biblioteche possano contribuire allo sviluppo degli SDGs, aumentando la consapevolezza degli obiettivi di sviluppo sostenibile all’interno della comunità internazionale dei bibliotecari, promuovendo il ruolo che le biblioteche hanno all’interno dell’Agenda 2030, incrementando la funzione di advocacy che le associazioni bibliotecarie nazionali e le singole biblioteche possono avere nel loro contesto. Più recente è l’iniziativa Library Map of the World, una mappa che consente di visualizzare quale contributo le biblioteche stanno dando rispetto ai singoli obiettivi (Fig. 3). Il progetto consente a tutte le biblioteche e i bibliotecari di condividere le proprie esperienze, i propri progetti, le proprie attività attraverso l’inserimento non di dati statistici ma di storie, racconti, testimonianze, fotografie, video. Su questo tornerò nel paragrafo 4.

Anche l’AIB ha cominciato a lavorare intensamente nella direzione della sostenibilità attraverso una collaborazione con l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis), partecipando in particolare a due gruppi di lavoro trasversali: il gruppo sugli “Indicatori” e il gruppo “Cultura per la sostenibilità”.

Come membro del gruppo di lavoro AIB-Asvis, della Commissione nazionale AIB per le biblioteche pubbliche, del Gruppo di studio sulla valutazione e management della qualità in biblioteca e dell’Osservatorio sulle biblioteche italiane vedo un lavoro fortemente sinergico animato da due obiettivi principali:

  1. rendere le biblioteche un veicolo di promozione, visibilità e valorizzazione indispensabile dell’Agenda 2030 e degli SDGs (Fig. 4);
  2. lavorare insieme agli altri attori del comparto cultura alla condivisione di strumenti, metodologie, esperienze per la misurazione della cultura come mezzo indispensabile per il raggiungimento della sostenibilità.

È precisamente in questo contesto che si inserisce il lavoro da fare sull’impatto delle biblioteche che desideriamo misurare. Torneremo su questo aspetto nell’ultimo paragrafo, quando saremo arrivati all’ultimo piano della nostra costruzione.

Figura 3 Library Map of the World di IFLA

Al momento in cui si scrive il progetto è appena partito, dunque la mappa risulta ancora poco popolata

Figura 4 Poster realizzato da AIB in collaborazione con IFLA

https://www.aib.it/attivita/2019/74466-aib-sostiene-festival-sviluppo-sostenibile-2019.

Le fondamenta: le indagini Istat sulle biblioteche e l’Anagrafe ICCU

Ora sappiamo dove guardare e sappiamo anche che una attività di misurazione e valutazione pensata nella logica della sostenibilità sarà comprensibile al mondo esterno, questa potrà davvero aiutare le biblioteche a dimostrare il proprio valore. È arrivato il momento di costruire le fondamenta della casa.

Nonostante il percorso compiuto sui temi della valutazione dei servizi bibliotecari, in Italia non si è ancora arrivati alla costituzione di un unico sistema informativo, inteso come organismo che a livello centrale si occupi di raccogliere le statistiche sui servizi, le attività e l’impatto delle biblioteche su tutto il territorio nazionale. Questo è l’effetto dell’assenza di un sistema valutativo che si occupi di un coordinamento delle attività di misurazione e valutazione assicurandone l’uniformità metodologica. Ovviamente non mancano gli standard a livello internazionale ma la realtà italiana è molto particolare, per la rilevanza del patrimonio storico posseduto e per la storia stessa delle biblioteche e bisogna fare attenzione a recepire gli standard senza calarli opportunamente nel contesto di riferimento.

Le fondamenta della nostra costruzione che si erge in altezza devono essere profondamente solide. Trattandosi di un sistema valutativo e informativo, la solidità è data dal rigore metodologico.

Con questa consapevolezza è nato nei primi mesi del 2017 un tavolo di lavoro Istat-Sapienza, con l’obiettivo di unire le due anime – metodologica e biblioteconomica – necessarie all’individuazione di una serie di iniziative di ricerca finalizzate a restituire la complessità del fenomeno biblioteca dal punto di vista dell’“offerta” e della “domanda”.

L’offerta di biblioteche: quante sono, quali sono, cosa fanno

Prima di poter guardare al tema dell’impatto si è pensato fosse indispensabile una mappatura esaustiva delle strutture: quante sono, quali sono, cosa fanno le biblioteche italiane. Tale azione si inserisce perfettamente nella realizzazione di un sistema informativo integrato degli istituti e dei luoghi della cultura, perseguito da Istat e vede nell’aggiornamento e nella pulizia dell’Anagrafe delle biblioteche dell’ICCU il punto di partenza.

È in questo obiettivo di carattere generale che si inserisce la realizzazione della prima indagine Istat a carattere censuario delle biblioteche italiane. La progettazione ha previsto diversi step (Fig. 5).

Il primo passo compiuto è stata la short survey 2018 che ha coinvolto le biblioteche pubbliche e private con l’invio di un questionario esile ed essenziale, motivato principalmente dalla volontà di aggiornare l’anagrafica di partenza (l’Anagrafe ICCU). In questa prima fase si è preferito escludere le biblioteche delle università statali per via della loro complessa organizzazione e articolazione in sistemi di ateneo. Per queste è previsto un modulo specifico, una short survey che si sta svolgendo nel momento in cui si scrive, dedicato a rilevare le caratteristiche strutturali e funzionali di queste biblioteche. 

L’obiettivo finale sarà allineare le due anagrafiche aggiornate e avviare nel 2020 la prima long survey sulle biblioteche in Italia, un questionario esteso rivolto a tutte le biblioteche, indipendentemente dalla tipologia e dall’appartenenza ad amministrazioni pubbliche o private.

Il censimento verrà riproposto annualmente in modalità short survey, per rinfrescare costantemente i dati essenziali delle biblioteche, e in modalità long survey ogni tre anni per indagare in maniera più approfondita le tematiche affrontate e inserire eventuali sperimentazioni. L’alternanza delle rilevazioni (short/long) proviene dal modello adottato per la rilevazione sui musei e le istituzioni similari.

Tra due anni quello che dovremmo poter avere è una infrastruttura informativa (l’Anagrafe delle biblioteche ICCU) aggiornata e capace di restituire delle biblioteche dati e indicatori sulle strutture e sulle attività.

Figura 5 Alternanza dei moduli di rilevazione short e long nella Indagine sulle biblioteche

La tecnica di rilevazione CATI è una intervista telefonica; la tecnica CAWI fa riferimento alla somministrazione di un questionario online e CC fa riferimento all’intervento di un contact center di supporto in fase outbound e inbound. Per quanto riguarda i questionari long non sono sotto convenzione ma sono comunque inserite nel Piano statistico nazionale (PSN) e nel Protocollo d’intesa Istat, Mibact [ora Mibac], Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano

La domanda di biblioteche: quanti sono gli utenti, chi sono, cosa fanno

Il lavoro svolto con Istat ha previsto da subito una riflessione attenta sulla possibilità di arricchire questo nascente sistema informativo anche di dati relativi alla domanda dei servizi bibliotecari, a partire dalla consapevolezza condivisa circa la pericolosa ricaduta nei processi decisionali che questa strutturale mancanza di dati relativi all’utenza e alle sue attività può determinare.

Per essere chiari, l’assenza di una pratica valutativa stabile – in particolare degli output e degli outcome prodotti dalle biblioteche – può determinare e sta effettivamente determinando una importante mancanza di dati che incide pesantemente sulla programmazione delle politiche culturali, producendo pericolose distorsioni. Uno dei principali effetti della mancanza di dati relativi all’uso delle biblioteche italiane è la totale sotto-valutazione dell’impatto che esse hanno nella vita dei cittadini, tanto che, ad esempio, all’interno del rapporto Istat sul benessere equo e sostenibile, le biblioteche, come noto, sono pressoché assenti.

Tale assenza è particolarmente pericolosa se consideriamo che gli indicatori di benessere sono inclusi tra gli strumenti di programmazione della politica economica, come previsto dalla riforma della Legge di bilancio del settembre 2016. Tra i 12 i domini e i 130 indicatori del BES, c’è, infatti, un unico indicatore che riguarda le biblioteche: “Spesa pubblica comunale corrente pro-capite destinata alla gestione del patrimonio culturale” nel dominio Paesaggio e patrimonio culturale. Si tratta di un indicatore di input che offre una misura della spesa destinata alla valorizzazione dei beni culturali.

Nessun dato sugli output e sugli outcome, sui risultati prodotti dalle biblioteche: non c’è traccia della partecipazione culturale, della coesione sociale, del ruolo delle biblioteche accademiche per la qualità della ricerca e l’innovazione e per la terza missione. Questo accade perché non esistono rilevazioni integrate, stabili, continuative che partendo da una solida mappatura dell’offerta siano capaci di monitorare l’uso e la domanda dei servizi da parte degli utenti.

Si è anticipato che fino ad oggi una sola indagine Istat aveva previsto un approfondimento relativo all’uso delle biblioteche: la multiscopo CTL, che di norma viene replicata ogni cinque anni. Questa carenza di dati annuali era alla base dell’assenza di indicatori di output e di outcome relativi alle biblioteche nel Rapporto sul Benessere equo e sostenibile di Istat.

Sulla scia di queste riflessioni condivise con i ricercatori dell’Istat abbiamo ottenuto una grande opportunità: l’introduzione di una batteria di domande relative alla fruizione/frequentazione delle biblioteche all’interno dell’indagine multiscopo “Aspetti della vita quotidiana”.

Il questionario, in fase di implementazione al momento in cui si scrive che a breve andrà sul campo, vedrà l’inserimento di tre quesiti in cui si chiederà – per la prima volta alla popolazione dai 3 anni in su – di dire se si sono recati in biblioteca nei 12 mesi precedenti l’intervista, se sì, quante volte e per quale motivo (Fig. 6).

Si tratta di una vera opportunità per il nostro settore che potrà finalmente contare sulla disponibilità di dati sulla domanda di servizi bibliotecari con periodicità annuale, della quale vale la pena sottolineare due ricadute importanti:

  1. la prima ha a che vedere con il suo valore simbolico: l’inserimento delle biblioteche all’interno di una indagine dedicata all’approfondimento della quotidianità degli italiani suona immediatamente come il riconoscimento della presenza stabile, pervasiva e capillare di questa istituzione, di un allontanamento della marginalità alla quale a volte sembra essere destinata;
  2. la seconda ricaduta ha a che vedere con la disponibilità di dati che rendono possibile costruire indicatori di output/outcome in linea con quelli di sviluppo sostenibile.
Figura 6 Focus sulla domanda relativa alle motivazioni per cui si frequenta la biblioteca. Indagine statistica multiscopo sulle famiglie Aspetti della vita quotidiana (in corso)

I metodi narrativi: uno strumento necessario per guardare lontano

Le fondamenta sono state poste. Ora comincia la nostra costruzione in altezza. Qui è necessario dotarsi di strumenti diversi che possano permetterci di unire ai dati sulle strutture, sui servizi, sugli utenti anche informazioni sui significati che le persone attribuiscono alla frequentazione della biblioteca.

È qui che avviene l’incontro con la ricerca qualitativa, quella che anni fa ho definito “il sesto senso della biblioteca”. È grazie a questo approccio metodologico che possiamo rispondere a domande già evidenti ma soprattutto trovare nuove domande alle quali rispondere. La ricerca qualitativa è uno strumento potentissimo per esprimere o scoprire idee spesso soffocate dalla convenzionalità del quotidiano, dal nostro modo abituale di pensare alle cose. La citazione di Proust in esergo lo esprime molto bene.

È su questo tema che negli ultimi anni ho cercato di dare il mio contributo, è su questo che si sono concentrate soprattutto le mie ricerche: la produzione, il trattamento, l’elaborazione di un tipo di dato complicato e ricco insieme: il dato testuale, fatto di parole.

Poiché il nostro ambiente di vita quotidiana è così tanto permeato di narrazioni che essa finisce per toccare anche «le nostre forme fondamentali di pensiero e la nostra stessa identità», vorrei dimostrare che saperle trattare, analizzare e interpretare è fondamentale nel processo di costruzione della casa a più piani al quale si sta lavorando.

È grazie alle parole degli utenti (reali, potenziali ecc.) che la biblioteca può uscire dall’isolamento al quale le attività di misurazione e valutazione sembrano a volte condannarla, privandola dei riferimenti al suo contesto, ai suoi utenti, al suo pubblico, riducendola a una entità materiale predefinita. L’atto del narrare si incardina profondamente nell’esperienza umana e si rappresenta attraverso molteplici forme, sia individuali sia collettive che costruiscono le trame della cultura. L’identità della biblioteca appare come l’esito dei racconti che la narrano.

Come emerge chiaramente dalle ricerche empiriche che fanno uso di tecniche qualitative, le narrazioni, ricavate attraverso interviste in profondità, focus group ecc. non hanno mai una funzionalità puramente “indicale” o descrittiva – non sono cioè una semplice traccia lasciata dagli eventi – ma sono da intendersi come una vera e propria attività di costruzione strettamente relazionata all’assegnazione o al riconoscimento dell’identità della biblioteca. Le narrazioni, le storie raccontate sono uno strumento potentissimo di conoscenza poiché riflettono il punto di vista dei soggetti narranti e la collocazione della frequentazione della biblioteca nella loro personale organizzazione del mondo.

Il lavoro su questo tema è molto complesso e non può in alcun modo prescindere dalla ricerca sul campo. La Scuola di specializzazione in Beni archivistici e librari della Sapienza Università di Roma rappresenta un laboratorio permanente, una fucina naturale dove da qualche anno stiamo lavorando molto attivamente in una logica narrative based, sia attraverso la didattica – ovvero l’insegnamento dei metodi narrativi e delle tecniche di analisi qualitative – sia attraverso la ricerca – incentivando ricerche sul campo che ne facciano uso. È anche grazie alle ricerche fatte con gli studenti della Scuola che si lavora alla sperimentazione dei metodi narrativi, alla messa a punto di tecniche e strumenti sempre con l’obiettivo di restituire ai bibliotecari strumenti utilizzabili nella pratica del lavoro quotidiano.

Nel paragrafo precedente si è fatto riferimento a un interessante progetto di IFLA che mette al centro dell’attenzione la narrazione. Lo storytelling è una cosa seria e IFLA lo sta dimostrando. Si tratta di un ambito rispetto al quale il percorso formativo dei bibliotecari, almeno in Italia, sembra essere molto distante ma le cose sono inevitabilmente destinate a cambiare.

L’intuizione soggiacente al progetto della Library Map è geniale e lungimirante insieme: la sostituzione (momentanea) dei dati quantitativi e degli indicatori per la misurazione dell’impatto delle biblioteche con la narrazione dell’impatto stesso. Attraverso il racconto delle azioni, dei progetti, delle attività che in biblioteca si svolgono possiamo superare il problema che ci affligge: la mancanza di dati.

Non è inutile riflettere sul fatto che, in effetti, ci sono cose che non si possono quantificare ma certamente si possono raccontare. È come se dietro ci fosse una logica di questo tipo: “Non abbiamo i dati e gli indicatori per dimostrare l’impatto delle biblioteche? Non importa abbiamo le nostre storie e queste bastano”.

Questo tipo di impostazione ha due importanti ricadute:

  1. attraverso le storie è possibile osservare in che modo si esercita davvero l’impatto della biblioteca e, dunque, è possibile nel tempo dotarsi degli strumenti utili per misurarlo perché nel frattempo si sarà conosciuto meglio. Le storie da un certo punto di vista sono però anche dati, fatti di una materia diversa. Le storie sono quindi propedeutiche a una migliore misurazione dell’impatto;
  2. una efficace azione di advocacy: le storie narrano esperienze, creano empatia, immedesimazione, prossimità, forniscono prove reali utili a incentivare il supporto alle biblioteche da parte di decisori politici, degli amministratori e degli stakeholder. La pubblicazione di studi e ricerche, il diffondersi di iniziative di formazione e sensibilizzazione stanno contribuendo ad affermare l’importanza dell’Agenda 2030 come nuovo paradigma di sviluppo globale. La copertura mediatica degli SDGs è sempre più intensa, il grande pubblico comincia a essere raggiunto.

Conclusioni

I lavori in corso con AIB e Asvis – per la produzione di indicatori sulla vitalità culturale – con Istat e ICCU – per la creazione di un sistema informativo delle biblioteche italiane – e nell’ambito della Scuola di specializzazione della Sapienza – sui metodi narrativi – mostrano ancora una evidenza: su certi temi non si può lavorare da soli. Bisogna fare squadra, bisogna dialogare, bisogna unire le forze. Questa riflessione si ricollega naturalmente al secondo dei due rischi citati in apertura: l’auto-referenzialità alla quale tende il nostro settore, che va superata a ogni costo.

Se guardiamo indietro rivolgendo attenzione a quelli che possiamo considerare i pilastri delle attività di misurazione e valutazione delle biblioteche italiane, citati in apertura, letti con le lenti che il panorama attuale ci impongono di utilizzare, non possiamo fare a meno di pensare che, sebbene ancora indispensabili, gli indicatori che utilizziamo non siano più sufficienti per spiegare le biblioteche al mondo, per comunicare quello che per gli addetti ai lavori è una evidenza: se si parla di promuovere opportunità di conoscenza inclusiva ed equa e di apprendimento per tutti (obiettivo 4 dell’Agenda 2030), se vogliamo promuovere città e comunità sostenibili (obiettivo 11), se vogliamo sostenere la parità di genere (obiettivo 5) e ridurre le disuguaglianze (obiettivo 10), se vogliamo sconfiggere la povertà anche educativa (obiettivo 1), le biblioteche ci sono. Sono solo esempi.

Se la realtà, e quindi gli indicatori con cui la misuriamo, sono frutto della cultura dominante, la quale a sua volta può modificarsi sulla base dei dati resi disponibili, dobbiamo cercare di arricchire questo set di indicatori in linea con quelli di sviluppo sostenibile tentando di parlare una lingua più comprensibile anche al di fuori del nostro settore e che delle biblioteche dichiari per esempio la diffusione e l’attrattività, la vitalità culturale, l’incidenza rispetto all’apprendimento permanente, il ruolo nella formazione digitale ecc.

Naturalmente la scelta di questi indicatori dipenderà in primo luogo da quella che decideremo essere l’identità della biblioteca – come istituto sociale e/o culturale – e in seconda battuta dalla disponibilità dei dati. Sarà però fondamentale prestare attenzione a non cadere nell’errore di ricondurre l’impatto della biblioteca a misure come l’indice dei prestiti, il numero di accessi, il numero di download che spostano l’attenzione dall’outcome all’output o ancora peggio alle risorse spese che spostano l’attenzione dall’outcome all’input.

Due sono le attività sulle quali sarà necessario concentrarci nei prossimi anni:

  1. la progettazione di indicatori di impatto sociale della singola biblioteca: parliamo sempre di impatto come “miglioramento” o “cambiamento positivo” che la biblioteca contribuisce a generare ma gli impatti della biblioteca possono essere tanti e un primo obiettivo potrebbe essere quello di definirli, cosa che finora non mi pare sia stata fatta: analfabetismo funzionale, povertà educativa, inclusione/coesione sociale ecc.
  2. l’inserimento delle biblioteche all’interno degli indicatori che misurano la qualità della vita, il benessere degli italiani.

Siamo, dunque, solo all’inizio di un percorso ambizioso e impegnativo, rispetto al quale il punto di arrivo è ben chiaro: produrre e testare gli strumenti che consentano alle biblioteche di misurare il proprio operato non in modo fine a sé stesso ma in una logica di sostenibilità.

Il famoso alpinista Walter Bonatti a proposito dell’altezza diceva: «Chi più in alto sale, più lontano vede. Chi più lontano vede, più a lungo sogna». Questo è l’augurio che faccio a me stessa e a tutti coloro che in modo diverso stanno lavorando su questi temi.